Addio a Mario Adorf, l’attore che parlava quattro lingue e non amava i gangster

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   C’è chi lo ricorda come lo “sbirro” dalla faccia tosta e dal pugno facile nei polizieschi italiani degli anni Settanta, e chi invece ne custodisce l’immagine di sovrano bonario nelle fiabe tv di Fantaghirò. Mario Adorf, attore simbolo del cinema europeo, se n’è andato l’8 aprile nel suo appartamento di Parigi, all’età di 95 anni, dopo una malattia di cui la moglie ha confermato l’esistenza solo nelle ultime settimane. La notizia, diffusa dall’agenzia Dpa che cita il suo manager Michael Stark, ha restituito il profilo di un interprete totale: qualcuno capace di attraversare con disinvoltura generi, lingue e culture senza mai sembrare fuori posto.

Una carriera lunga oltre sessant’anni e più di duecento film

Nato a Zurigo l’8 settembre 1930 da un chirurgo calabrese e una radiologa tedesca, Adorf ha sempre rivendicato con orgoglio le sue radici italiane, pur sentendosi profondamente europeo. La sua versatilità – lo dimostra l’enorme mole di lavoro accumulata in oltre sessant’anni – gli ha permesso di recitare con naturalezza in italiano, tedesco, francese e inglese. Nessun altro attore del suo calibro, forse, è riuscito a muoversi con altrettanta scioltezza tra il cinema d’autore (si pensi a *Il caso Katharina Blum*, tratto da Böll) e quello popolare, tra il poliziesco all’italiana e le produzioni televisive che hanno segnato l’infanzia di intere generazioni.

Milano calibro 9, Operazione San Gennaro e quel fastidio per i ruoli da criminale

In Italia, il volto di Adorf è rimasto a lungo associato a quello del gangster o del sottoufficiale violento: pellicole come *Milano calibro 9* e *Operazione San Gennaro* ne hanno fatto un’icona del crimine di quartiere, un antieroe sanguigno dalla battuta secca. Eppure, come emerse da alcune interviste rilasciate nel corso degli anni, a lui quelle parti non piacevano poi molto. Le trovava ripetitive, troppo segnate da una mascolinità aggressiva che non sentiva del tutto sua. Fu proprio questa insoddisfazione, forse, a spingerlo verso ruoli più complessi, dimostrando che la sua vena artistica non si esauriva nella mimica del duro.

Da Fantaghirò al Piccolo Lord, il grande successo anche in televisione

Il pubblico italiano, del resto, gli ha voluto bene anche grazie alla tv. Il suo nome resta legato a un’epoca – ormai lontana – in cui il cinema popolare e quello d’autore potevano ancora convivere sugli stessi schermi. Nelle fantasticherie di *Fantaghirò* (dove interpretava il re) e nello sceneggiato *Il piccolo Lord*, Adorf ha mostrato un registro completamente diverso: ironico, paterno, persino tenero. Una flessibilità che lo rese caro a registi di ogni provenienza, tanto da guadagnarsi un rispetto internazionale senza mai dover emigrare definitivamente a Hollywood. Lui, che a Zurigo ci era nato ma aveva scelto Parigi come ultima dimora, ha rappresentato fino all’ultimo l’idea di un attore senza frontiere, capace di raccontare l’Europa che cambiava restando sempre sé stesso.

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