Addio a Mario Adorf, l’ultimo dei “duri gentili” che disse no al “Padrino”

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   È morto mercoledì 8 aprile, nel suo appartamento a Parigi, Mario Adorf: aveva 95 anni e una breve malattia lo ha portato via in quella che era ormai la sua città d’adozione, benché fosse nato a Zurigo nel 1930 da un chirurgo calabrese e una radiologa tedesca. L’attore svizzero – perché tale è sempre stato considerato, pur con un legame viscerale con l’Italia – lascia una carriera monumentale, fatta di oltre duecento film tra cinema e televisione, e una capacità rara di abitare ruoli opposti: il mafioso spietato, il membro dell’alta società, l’uomo delle forze dell’ordine. Nessuna recita è mai risultata uguale all’altra, e proprio questa versatilità lo ha reso, a torto o ragione, uno degli interpreti più amati in Germania, dove la sua popolarità ha superato persino quella di molti colleghi madrelingua.

Un ponte tra mondi, senza mai scordare il poliziesco all’italiana

La sua eredità artistica poggia su una dote linguistica fuori dal comune: recitava con uguale naturalezza in italiano, tedesco, francese e inglese, e questo gli permise di lavorare con una lista di registi che sembra un who’s who del cinema europeo e americano. Si pensi a Sam Peckinpah, a Billy Wilder, a Rainer Werner Fassbinder, ma anche a Dario Argento, Luigi Comencini, Carlo Mazzacurati, Sergio Corbucci, Claude Chabrol, Volker Schlöndorff, Edgar Reitz, Wolfgang Staudte, Helmut Dietl e Franco Rossi. Nei poliziotteschi italiani degli anni Settanta, Adorf divenne un’icona – basti ricordare “Milano calibro 9” di Fernando Di Leo o “L’uccello dalle piume di cristallo” di Argento – senza però rinchiudersi in un solo genere, spaziando dal western (“Il grande duello” di Giancarlo Santi) alla fiaba televisiva (“Fantaghirò”, dove interpretò il padre della protagonista).

Il “no” a Coppola e il rifiuto del ruolo che lo avrebbe consacrato in America

Curiosamente, una delle svolte più discusse della sua carriera riguarda ciò che non fece. Adorf fu contattato per il ruolo di don Barzini ne “Il Padrino” di Francis Ford Coppola: disse di no, e quel rifiuto – lungi dall’essere raccontato come rimpianto – viene spesso ricordato come un atto di coerenza artistica, quasi a voler preservare una certa autonomia dai grandi blockbuster hollywoodiani. Preferì invece muoversi su fronti più impervi, come il “Tamburo di latta” (tratto da Günter Grass) o “Io la conoscevo bene” di Antonio Pietrangeli, pellicola che ne mostrò la vena drammatica più sottile. La conferma della morte, diffusa dall’agenzia Dpa, cita il manager Michael Stark; la moglie ha aggiunto che l’attore si era recentemente ammalato, senza però fornire dettagli ulteriori.

Oltre dugento film e una maschera universale senza tempo

Quel volto ruvido ma capace di piegarsi a una tenerezza inaspettata – molti lo hanno definito “l’ultimo dei duri gentili” – ha attraversato decenni di storia europea, dalla ricostruzione postbellica alla globalizzazione delle serie tv. In “Operazione San Gennaro” (accanto a Nino Manfredi) mostrò il suo lato grottesco, in “Milano calibro 9” quello spietato, nelle commedie di Comencini quello malinconico. Non amava ripetersi, e forse per questo evitò persino la trappola del divismo, preferendo accumulare ruoli anche minori ma sempre cesellati con cura. La sua ultima apparizione pubblica risale a pochi mesi prima della malattia, in un piccolo teatro parigino dove aveva letto alcune poesie di Eugenio Montale tradotte in tedesco. A 95 anni, la lucidità non gli era venuta meno.

L’addio a Parigi, senza clamore ma con il peso di un’epoca

Non ci sono state dichiarazioni trionfalistiche né messe in scena del dolore. La notizia è stata riportata in poche righe dall’agenzia tedesca, quasi a rispecchiare il carattere schivo dell’attore. Il suo appartamento parigino – dove viveva con la moglie – diventa così l’ultimo set, quello privato e silenzioso. Chi l’ha conosciuto nei set italiani lo ricorda come un professionista puntuale, capace di imparare pagine di dialogo in una lingua che non era la sua madrelingua senza mai chiedere ciak di ripetizione. E forse è proprio questa disciplina mista a istinto a spiegare perché Adorf resti, ancora oggi, un attore più popolare in Germania che in Svizzera, e più amato dagli italiani che da molti dei suoi connazionali zurighesi. Il cinema che cambia, le mode che passano: la sua opera, invece, rimane lì, in quei duecento titoli, a disposizione di chi vorrà ancora scoprire cosa significhi essere “un attore” senza aggettivi.

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