Addio a Giovanni Galeone, il maestro di calcio che amava la libertà

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La scomparsa di Giovanni Galeone, avvenuta all'età di ottantaquattro anni, ha lasciato un vuoto nel calcio italiano, ricordando a molti, non senza una punta di nostalgia, una figura di tecnico fuori dagli schemi. Marco Giampaolo, che fu tra i suoi allievi più noti, intervenendo a Sky Sport 24, ne ha tratteggiato il ritratto con parole che andavano al di là del semplice ricordo aneddotico, definendolo "precursore di un calcio di qualità, fuoriclasse ed esteta sia dentro che fuori dal campo". Secondo Giampaolo, il cui pensiero si è soffermato sull'essenza dell'uomo prima che dell'allenatore, il calcio di Galeone rappresentava fedelmente la persona, configurandosi come una continua e inesauribile ricerca di bellezza e stile, elementi che, uniti a una visione del gioco profondamente offensiva, resero le sue squadre un esempio di spettacolo.

Il tridente e la filosofia in panchina

La sua carriera, che lo vide protagonista di imprese rimaste nella storia, come le due promozioni in Serie A conquistate con il Pescara e quella, giunta dopo trentuno anni di attesa, con l'Udinese nel 1995, fu marchiata da un'impronta tattica inconfondibile, il 4-3-3, che fece le fortune di quelle formazioni. Andrea Carnevale, stella di quel tridente udinese assieme a Paolo Poggi e Francesco Marino, ne ha rammentato la schiettezza e l'autenticità, sottolineando come "facesse giocare le squadre molto bene". Galeone, uomo di grande cultura e appassionato di filosofia, amava leggere autori come Brecht e Kafka, cercando di trasmettere ai suoi calciatori, attraverso quelle pagine, un principio fondamentale: la libertà di pensiero, che sul rettangolo verde si traduceva in iniziativa e coraggio. A Carnevale, infatti, ripeteva spesso: "Andrea, non serve tu venga in sostegno della squadra, io ti voglio principalmente in area perché quella è la tua casa", una direttiva che racchiudeva tutta la sua fiducia nel talento individuale e nel gioco offensivo.

Un minuto di silenzio e le emozioni a San Siro

Il tributo più immediato e visibile al suo impatto nel mondo del pallone si è materializzato allo stadio Giuseppe Meazza di Milano, dove un minuto di silenzio è stato osservato prima della sfida tra Milan e Roma. Sulle rispettive panchine, Massimiliano Allegri e Gian Piero Gasperini, entrambi formatisi alla sua scuola ai tempi del Pescara, sono apparsi visibilmente commossi, con l'allenatore rossonero che ha patito un dolore reso ancor più lancinante da un rapporto di amicizia che andava ben al di là del comune legame professionale. Quel silenzio, carico di rispetto, ha unito per un attimo un intero stadio nel ricordo di un uomo che ha segnato generazioni di tecnici.

Il ricordo di Carratelli: "Tifavo per le cicale"

Mimmo Carratelli, sulle pagine del Corriere dello Sport, ha firmato uno splendido ritratto postumo, riportando alcune delle espressioni più iconiche dello stesso Galeone, il quale soleva affermare: "Sacchi esalta l'orchestra, io preferisco un Pollini al piano che non legge lo spartito". Una metafora che racchiudeva tutta la sua filosofia di gioco, basata sull'improvvisazione geniale e sulla creatività, in netta antitesi con un approccio eccessivamente schematico e rigido. Leggenda vuole, del resto, che andasse in panchina con le poesie di Prévert in tasca, un dettaglio che completa l'immagine di un intellettuale del calcio. "Ho sempre tifato per le cicale. Sono un uomo di mare, devo sentirmi libero", confessò una volta, usando un'immagine potente per descrivere la sua insofferenza verso ogni forma di costrizione, sia nella vita che nel calcio che amava insegnare.

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