La guerra in Iran e lo scacco (non) annunciato all’Europa di Trump

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La condanna è arrivata chiara, quasi disarmante nella sua franchezza, dal presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa: la guerra che Stati Uniti e Israele stanno conducendo in Iran rappresenta un atto di forza che ha deliberatamente ignorato non solo le regole del diritto internazionale ma, più concretamente, la sicurezza e gli interessi strategici dell’Europa. Il Vecchio Continente, spiega Costa intervenendo a Parigi, si trova a pagare le conseguenze di un conflitto deciso a tavolino senza che nessuno, nella cabina di regia americana, abbia ritenuto necessario avvertire gli alleati europei o persino la Nato. Una circostanza, quest’ultima, che trasforma un’alleanza decennale in un rapporto dove l’imprevedibilità dello storico partner d’oltreoceano diventa la cifra distintiva di una nuova era geopolitica.

Non si tratta, va detto, di una semplice protesta formale. Le parole di Costa – che ha definito Washington un “alleato imprevedibile” – fotografano una frattura profonda, destinata a segnare i prossimi anni dei rapporti transatlantici. A pesare, nelle dichiarazioni del numero uno del Consiglio europeo, è la consapevolezza che l’operazione militare in corso ha innescato conseguenze economiche immediate per le quali Bruxelles non era preparata: l’impennata dei prezzi energetici, le interruzioni delle catene di approvvigionamento e il concreto rischio, se il conflitto dovesse prolungarsi, di una nuova crisi migratoria di dimensioni paragonabili a quella del 2015. La sensazione, negli ambienti diplomatici della capitale belga, è che l’amministrazione Trump abbia scelto di agire secondo una logica di potenza, quella del “power of might”, che ha soppiantato ogni tentativo di dialogo basato sulla regola del diritto.

Mentre i jet americani e israeliani continuano le loro operazioni, le cancellerie europee tentano di ricucire una posizione comune che appare, al momento, più paralizzata che realmente divisa. Se da un lato il governo spagnolo di Pedro Sánchez ha apertamente rifiutato le azioni unilaterali, definendole destabilizzanti, dall’altro il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha inizialmente scelto una linea più cauta, quasi a voler evitare di “fare la lezione” all’alleato americano in un momento così delicato. Una disparità di vedute che, se da un lato testimonia la difficoltà dell’Europa a trovare una voce univoca, dall’altro nasconde una verità più complessa: la consapevolezza che, nonostante le critiche, il continente rimane esposto e dipendente dalle decisioni che vengono prese oltreoceano. E così, mentre la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, sembra propendere per un realismo spicciolo che accetta la guerra come un dato di fatto, Costa insiste su un approccio che difenda i principi fondanti dell’Unione, magari senza riuscire a imporli.

La strategia (improvvisata) della “non partecipazione”

In questo contesto di incertezza, emerge con chiarezza un filo rosso che lega le principali capitali europee: il rifiuto di trasformare le proprie infrastrutture militari in piattaforme logistiche per un conflitto che non sentono proprio. Fonti diplomatiche riferiscono che diversi Paesi, tra cui Spagna, Italia e Grecia, hanno posto dei paletti molto netti riguardo all’uso delle proprie basi aeree e navali per le operazioni offensive, limitando la cooperazione a forme di supporto difensivo o di intelligence già precedentemente concordate. Un atteggiamento, questo, che rappresenta una novità sostanziale rispetto al passato, quando gli europei avevano spesso assecondato le iniziative militari americane pur di preservare la coesione dell’Alleanza Atlantica.

La missione Aspides, la cui operatività nel Mar Rosso era stata pensata per proteggere il traffico mercantile, non diventerà un braccio armato dell’offensiva americana contro l’Iran. Una scelta, sottolineano gli analisti, che nasce da una considerazione pragmatica: trascinarsi in una guerra di procura in Medio Oriente non solo non serve gli interessi europei, ma rischia di esporre il continente a ritorsioni dirette, economiche e militari. Non a caso, l’attenzione di Bruxelles si è spostata immediatamente sulla necessità di scongiurare una crisi energetica paragonabile a quella seguita all’invasione russa dell’Ucraina, cercando di tamponare il crollo delle forniture dovuto alla chiusura dello Stretto di Hormuz. Una strategia difensiva, quella europea, che appare dettata più dalla necessità di arginare i danni che da una visione politica offensiva.

Il nodo energetico e il rebus ucraino

Il rincaro del gas, che ha toccato picchi superiori al doppio rispetto ai prezzi pre-conflitto, è solo la punta dell’iceberg di un disagio che rischia di riverberarsi sull’intera economia europea. I leader riuniti a Bruxelles nel summit di metà marzo hanno dovuto fare i conti con una realtà scomoda: le riserve strategiche sono state intaccate e la stabilità sociale di alcuni Paesi membri potrebbe essere messa a dura prova dall’aumento delle bollette. E in questo quadro di emergenza si inserisce un altro elemento di frizione con Washington, ovvero la decisione dell’amministrazione Trump di allentare temporaneamente le sanzioni sul petrolio russo. Una mossa, giustificata dagli americani con l’esigenza di calmierare i prezzi globali, che ha scatenato le ire di Kiev e di diversi Paesi europei, i quali vedono in questa scelta un pericoloso cedimento che finanzia indirettamente lo sforzo bellico di Mosca.

Costa non ha usato mezzi termini nel definire “molto preoccupante” questa decisione, sottolineando come indebolire la pressione economica sulla Russia significhi allungare i tempi di una guerra che, a differenza di quella in Iran, si combatte alle porte dell’Europa. Un paradosso, insomma, dove l’alleato americano appare impegnato su due fronti – quello mediorientale e quello ucraino – con strategie che non solo divergono dalle priorità europee, ma a volte le contraddicono apertamente. La sensazione, condivisa da molti osservatori, è che l’Europa si trovi a navigare a vista, costretta a gestire emergenze che non ha contribuito a creare, con gli strumenti limitati di una diplomazia che fatica a trovare la necessaria autorevolezza.

L’incertezza del commissario e la crisi di identità

Se il quadro politico appare confuso, la testimonianza più schietta della paralisi arriva dal mondo delle istituzioni europee. È il commissario per l’Economia, Valdis Dombrovskis, a gettare luce sulla difficoltà oggettiva di tracciare una rotta: “Al momento non sappiamo in quale scenario ci troviamo”. Un’ammissione di fragilità, quella del rappresentante dell’esecutivo comunitario, che fotografa con crudezza l’impossibilità di pianificare una risposta efficace quando le variabili geopolitiche cambiano con la velocità dei bombardamenti [citation:original_source]. L’incapacità di decifrare la piega che prenderà il conflitto impedisce qualsiasi decisione strutturata, lasciando Bruxelles in balia degli eventi.

A rendere il quadro ancora più complesso, c’è la questione identitaria. Alcuni analisti, come Nathalie Tocci dell’Istituto Affari Internazionali, osservano che questa crisi rischia di svuotare di significato l’identità stessa dell’Europa [citation:original_source]. Abituata a proporsi come garante del multilateralismo e del diritto internazionale, l’Unione si trova ora a dover gestire una guerra scatenata da un alleato che quei principi li calpesta, senza avere la forza né di imporre una mediazione né di disporre di una vera autonomia strategica. La conseguenza, spiegano gli esperti, è una progressiva erosione della credibilità esterna del blocco, che rischia di essere percepito non più come un attore globale, ma come un osservatore ininfluente degli eventi, condannato a subire le conseguenze di scelte prese altrove.

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