Spacex sbarca a wall street con la maxi-ipo da 75 miliardi, musk diventa il primo triliardario nonostante i conti in rosso
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Redazione Economia
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New York – Quando la campanella del Nasdaq ha scandito l’orario d’apertura, le 9.30 in punto ora locale, il patron di Tesla e xAI ha messo a segno un record che sembrava destinato a restare una semplice ipotesi matematica. La quotazione di SpaceX, l’azienda aerospaziale da lui fondata, rappresenta la più grande offerta pubblica iniziale (Ipo) mai registrata nella storia della finanza globale, un evento che ha ridefinito all’istante le gerarchie patrimoniali del pianeta.
Le azioni, partite da un prezzo di collocamento fissato a 135 dollari per un totale di 555,5 milioni di titoli, hanno subito registrato un rialzo vicino al 30% nelle contrattazioni preliminari, toccando i 174 dollari e spingendo la valutazione complessiva del gruppo verso la soglia stratosferica di 1.800 miliardi di dollari.
L’ascesa al “triliardo” tra spazio e intelligenza artificiale
Con questa operazione, che ha raccolto 75 miliardi di dollari freschi, Elon Musk diventa ufficialmente la prima persona fisica a varcare la soglia del “triliardo” di dollari di patrimonio netto – un anglicismo che, neanche a dirlo, è destinato a entrare prepotentemente nel lessico comune. La sua partecipazione, che alla vigilia dello sbarco in Borsa era stimata intorno ai 900 miliardi, ha ricevuto la spinta decisiva proprio dalla controllata spaziale, la cui valutazione ha superato di slancio quella della stessa Tesla.
Tuttavia, a guardare i bilanci, emerge un paradosso finanziario di non poco conto: la società che ha regalato il titolo di “triliardario” al suo fondatore è tecnicamente in rosso. I documenti depositati presso le autorità di regolamentazione rivelano perdita netta per 4,94 miliardi di dollari nell’ultimo anno fiscale, un passivo che si aggiunge a una lunga scia di rosari accumulati sin dalla fondazione, nel lontano 2002.
Una circostanza, quest’ultima, che non ha tuttavia scalfito l’entusiasmo degli investitori istituzionali, i quali hanno riversato liquidità sul titolo come se si trattasse non di una compagnia di lancio di razzi, ma di una macchina da stampa di valore.
La strategia da “Buzz Lightyear” e il sorpasso sul petrolio saudita
Per celebrare l’evento – e per rassicurare i nuovi azionisti – Musk ha attinto al repertorio dell’animazione cinematografica. «Verso l’infinito e oltre», ha scritto a caldo il manager, citando il noto personaggio Buzz Lightyear di Toy Story, confessando però a denti stretti di aver inizialmente creduto poco nel successo dell’impresa: «Pensavo che l’azienda avrebbe fallito, le probabilità erano inferiori al 10%», ha ammesso in una nota interna.
Nonostante le parole caute, la società aerospaziale ha di fatto spodestato il gigante petrolifero saudita Saudi Aramco, detentore fino a oggi del primato per la più grande Ipo della storia.
A legittimare un simile entusiasmo, oltre ai contratti governativi per i lanci orbitali, è la controllata Starlink – oggi l’unico segmento del gruppo a generare utili concreti – e la recente fusione con xAI, la start up di intelligenza artificiale che Musk ha abilmente annesso al perimetro della holding per giustificare una valutazione definita da più parti “delirante”.
Perché, se ci si limita al solo business dei vettori spaziali, il valore di mercato dell’impresa non dovrebbe superare i 300 miliardi; ciò che fa lievitare il conto sono le promesse legate ai data center orbitali e alla cattura dell’energia solare nello spazio profondo.
Sfide giudiziarie e il contesto macroeconomico
In parallelo all’euforia dei mercati – che hanno visto il Dow Jones guadagnare slancio sostenuti anche dalle voci di una distensione diplomatica tra Stati Uniti e Iran – non mancano le crepe nel cielo di Musk. Gli analisti di Morningstar hanno bollato la valutazione come eccessiva, suggerendo un prezzo equo per le azioni SpaceX non superiore ai 63 dollari, mentre il noto investitore Michael Burry, celebre per aver previsto la bolla dei subprime, ha liquidato il progetto definendolo privo di fondamentali solidi.
A rendere il quadro ancora più complesso, si aggiungono le incognite normative: la decisione del Nasdaq di inserire il titolo nell’indice di riferimento a soli 15 giorni dal debutto ha scatenato polemiche, anche se lo S&P 500 ha invece resistito alle pressioni, rifiutando di accelerare i tempi per l’inclusione nel suo paniere privilegiato. Intanto, l’uomo più ricco del mondo – che vanta un margine di vantaggio abissale sui fondatori di Google – può sorridere.
Almeno fino a quando i conti dell’intelligenza artificiale (e i conseguenti investimenti in perdita) non torneranno a bussare alla porta del bilancio consolidato.




