Meloni blocca l'accordo Ue-Mercosur, nella maggioranza spunta la divisione

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L'Italia, con una mossa che ribalta le previsioni di molti osservatori, ha posto il suo veto contro la ratifica dell'accordo commerciale tra l'Unione europea e il Mercosur, gettando nell'incertezza una trattativa diplomatica che, nonostante i venticinque anni di negoziati, sembrava ormai avviata verso la firma definitiva. La decisione, maturata dopo una telefonata tra il presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il presidente francese Emmanuel Macron, ha di fatto annullato il viaggio a Brasilia della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, il quale era stato organizzato proprio per siglare l'intesa in pompa magna. Una presa di posizione netta, la cui eco si è immediatamente riverberata negli equilibri interni al governo, rivelando una frattura non sanata alla vigilia del voto cruciale al Consiglio europeo: mentre Fratelli d'Italia ha scelto l'astensione, dimostrando una linea ufficiale di prudente opposizione, altri partiti della coalizione hanno mantenuto orientamenti differenti, lasciando trasparire un dissenso che il tavolo di maggioranza non è ancora riuscito a comporre.

Il fronte del no e l'incognita del voto a Strasburgo

La posta in gioco, come spesso accade per i dossier comunitari più spinosi, è altissima e riguarda la possibilità concreta di costruire una minoranza di blocco in seno al Consiglio. L'Italia, in questo scenario, si trova a ricoprire un ruolo di ago della bilancia, potendo unire le proprie forze a quelle di Francia, Irlanda e Austria, paesi che hanno già espresso forti perplessità. Perché l'ostruzionismo abbia successo, servono almeno quattro stati membri che rappresentino complessivamente il 35% della popolazione dell'Unione, una soglia che il gruppo dei contrari, qualora Roma confermasse il suo no, avrebbe buone probabilità di raggiungere. Le delegazioni italiane a Strasburgo, però, si sono presentate al voto preliminare in ordine sparso, un indice chiaro del fatto che, nonostante la telefonata tra Meloni e Macron, la partita sul Mercosur è ancora tutta da giocare e le divergenze di vedute permangono.

Le proteste degli agricoltori e l'ultimatum di Parigi

Sullo sfondo della complessa trattativa politica, a pesare come un macigno sono le sollevazioni delle campagne europee, le quali, con Parigi in prima linea, vedono nell'apertura delle porte del mercato unico a prodotti come la carne bovina, il pollame, lo zucchero e il miele sudamericani – che entrerebbero senza dazi – una minaccia esistenziale per i propri redditi. Le proteste, che nelle ultime settimane hanno riempito le piazze e bloccato le strade con i trattori, hanno spinto il governo francese a chiedere un rinvio della ratifica, ponendo di fatto un ultimatum alla Commissione. Si tratta di resistenze che affondano le radici in timori economici profondi, legati alla difesa di standard produttivi e di qualità che, secondo molti operatori del settore, non troverebbero adeguata tutela in un regime di libero scambio così ampio.

Un futuro negoziale ancora in sospeso

L'accordo, che punta a creare una zona di libero scambio da 750 milioni di persone, rimane quindi in un limbo dai contorni incerti. Anche qualora, contro ogni pronostico, si trovasse un'intesa politica di ultimo minuto tra gli stati membri più riluttanti, il percorso verso l'entrata in vigore sarebbe comunque lungo e irto di ostacoli, dovendo passare per il vaglio del Parlamento europeo, il cui voto finale non è atteso prima del 2026. La saga del Mercosur, iniziata un quarto di secolo fa, sembra dunque destinata a prolungarsi, mentre le cancellerie dei ventisette tornano a confrontarsi su un dossier che mette a nudo le profonde differenze tra le sensibilità economiche dei diversi paesi dell'Unione, oltre che le fragilità degli equilibri di governo nei singoli stati, Italia in testa.

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