Meloni a Bruxelles, la notte della svolta e la vittoria sul fronte Ucraina e Mercosur
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Redazione Interno
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Sono le quattro del mattino quando Giorgia Meloni, dopo una maratona negoziale che ha superato le diciannove ore, si ferma brevemente sotto i riflettori. La stanchezza è evidente, ma a trapelare è soprattutto un sorriso di soddisfazione contenuta. «Ha prevalso il buon senso», dichiara, evitando con rigore qualsiasi tono trionfalistico in un momento in cui l’Europa, paralizzata dal veto di un paese membro sulle risorse per Kiev, rischiava una pericolosa resa politica alle pressioni di Vladimir Putin. Quella notte, in una delle lunghe pause dei lavori, si era consumato un colloquio decisivo con Emmanuel Macron, un dialogo che ha avvicinato in modo sostanziale le posizioni di Roma e Parigi. La premier, che in un passaggio alla Camera aveva sottolineato come «bisogna essere sicuri di fare la cosa giusta», riferendosi in quel caso alla gestione degli asset russi, ha applicato la stessa determinazione nel rompere l’impasse, dimostrando come una linea ferma e coerente possa alla fine produrre risultati tangibili.
La doppia trattativa e il ruolo di "chiave di volta"
La trattativa, condotta per lunghi tratti senza l’ausilio dei telefoni cellulari per garantirne la riservatezza, si è sviluppata su un doppio binario cruciale per gli interessi continentali. Da un lato, lo stanziamento dei fondi per il sostegno all’Ucraina, bloccato fino all’ultimo; dall’altro, la spinosa questione dell’accordo commerciale tra l’Unione Europea e il Mercosur, sul quale l’Italia aveva sollevato obiezioni legittime in difesa delle proprie eccellenze agroalimentari. Meloni è riuscita a tenere insieme questi due dossier, ottenendo un esito positivo su entrambi i fronti e posizionandosi, come ha poi riconosciuto anche una testata come il spagnolo El Pais, come la «chiave di volta» dell’intero vertice. Il quotidiano iberico, di area liberal-progressista, ha parlato di lei come della «stella emergente» a Bruxelles, in un contesto dove la tradizionale leadership socialdemocratica appare in declino, e le ha attribuito un «ruolo decisivo» negli esiti del summit.
Il riconoscimento di una leadership ridefinita
L’analisi della stampa internazionale conferma una trasformazione percepita nei corridoi del potere europeo. In tre anni di governo, nonostante le voci ricorrenti su un presunto isolamento, Giorgia Meloni è riuscita a spostare l’asse del dibattito e a farsi riconoscere come una figura centrale nella nuova Unione. La sua capacità di tessere alleanze tattiche, come il gioco di sponda inedito instaurato con il premier belga in quella lunga notte di trattative, e di mantenere una schiena dritta sui principi enunciati, ha prodotto un doppio risultato. Un risultato che va a vantaggio non solo dell’Italia, la cui voce è stata ascoltata come raramente accadeva in passato, ma dell’intera architettura europea, che in quella sessione ha evitato una pericolosa frattura e una dimostrazione di impotenza sulla scena globale.
La cautela e il metodo dopo il risultato
Il basso profilo mantenuto dopo l’accordo, del resto, non è solo una scelta di stile ma sembra rispecchiare un metodo di lavoro preciso. Una cautela che la premier ha mostrato anche nel commentare altri aspetti della politica continentale, preferendo lasciare ai fatti, più che alle dichiarazioni, l’onere di tracciare la rotta. Quella notte a Bruxelles, mentre l’alba si avvicinava, si è chiusa una partita complessa che dimostra come un approccio negoziale tenace, fondato sulla chiarezza degli obiettivi nazionali e sulla volontà di costruire convergenze, possa funzionare. Un approccio che, mentre risolve questioni immediate, contribuisce a ridisegnare silenziosamente le gerarchie e gli equilibri all’interno del consesso europeo.




