Meloni a Bruxelles: la doppia mossa sul Mercosur e il piano finanziario per Kiev

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Quando le lunghe trattative notturne al Consiglio europeo si sono finalmente concluse, con il cielo di Bruxelles ancora immerso nel buio, Giorgia Meloni è emersa per tracciare un bilancio che definisce, senza mezzi termini, una vittoria del “buon senso”. La presidente del Consiglio, la cui azione diplomatica si è dispiegata su due fronti paralleli e cruciali, ha posto l’accento non solo sulle decisioni formali ma sul metodo adottato, rivendicando un approccio che privilegia soluzioni legali e finanziarie solide, piuttosto che scorciatoie potenzialmente divisive. Una linea, la sua, che si è manifestata con chiarezza nella complessa partita degli strumenti di sostegno a Kiev, dove la posizione italiana ha giocato un ruolo determinante nel plasmare l’esito finale.

Lo stop al piano tedesco e la via italiana per gli aiuti

Nel corso di quelle convulse ore di negoziato, infatti, si è consumato uno scontro di visioni su come reperire le ingenti risorse necessarie. Da una parte, come riferito da fonti vicine alla delegazione italiana, persistevano le pressioni, principalmente da Berlino, per esplorare fino all’ultimo l’ipotesi di utilizzare direttamente gli asset russi congelati, una soluzione giudicata da Roma rischiosa sul piano legale e potenzialmente destabilizzante per la coesione dell’Unione. La premier, stando alla ricostruzione dei fatti, ha contribuito in maniera decisiva a stroncare quella proposta, considerata troppo controversa. Al suo posto, ha visto la luce il cosiddetto “piano B”, caldeggiato con insistenza dall’Italia nei giorni precedenti il vertice: un prestito fino a novanta miliardi di euro, garantito non da fondi freschi ma dai margini del bilancio comunitario, uno strumento che evita di gravare ulteriormente sui bilanci nazionali e che è stato alla fine adottato dai Ventisette.

L’altra partita vinta: il rinvio dell’accordo con il Mercosur

Parallelamente, e non meno significativa, è stata l’altra mossa portata a compimento dalla leader italiana in alleanza con la Francia. Pressando la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, Meloni ha infatti ottenuto uno slittamento di un mese per la firma dell’accordo di libero scambio tra l’Unione europea e il Mercosur, il blocco economico sudamericano. Una pausa di riflessione richiesta per valutare con maggiore attenzione le implicazioni, specie per il settore agricolo europeo, di un trattato su cui da anni si discute senza trovare una quadra definitiva. Questo risultato, unito a quello sul fondo per l’Ucraina, delinea il profilo di un’azione di governo che si propone come “pontiera”, come lei stessa ha più volte sottolineato, tesa a mediare tra diverse sensibilità interne all’Ue e a cercare un dialogo costruttivo anche con l’amministrazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, senza per questo abdicare alla difesa degli interessi nazionali.

Le tensioni nella sala del vertice e la difesa degli interessi

Le ore passate nella sala del Consiglio, tuttavia, non sono state prive di attriti, come testimoniato dalle considerazioni piovute sui taccuini dei giornalisti da fonti della delegazione italiana. In serata, la distanza tra la posizione di Roma e quella di Berlino si era fatta tangibile, al punto da essere descritta come una frattura difficile da colmare. Secondo quelle fonti, l’argomento morale avanzato da alcuni per giustificare l’uso degli asset russi sarebbe stato in realtà una copertura per motivazioni di altro tipo, un sospetto che ha accentuato la freddezza tra le parti. Questa dinamica, al di là delle dichiarazioni pubbliche di rito, mette in luce la complessità di negoziati in cui le ragioni economiche e le preoccupazioni geopolitiche si intrecciano inestricabilmente, e dove la capacità di incidere passa attraverso la fermezza nel sostenere una propria visione strategica, come è accaduto in questo caso per la proposta finanziaria alternativa.

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