Turisti italiani della guerra, a Sarajevo cecchini per divertimento
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Redazione Interno
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Una forma di turismo macabro, che trasformava l'assedio più lungo della storia moderna in un safari mortale, è al centro di un'inchiesta della procura di Milano. Secondo le accuse, mentre la città di Sarajevo era stretta nella morsa dei bombardamenti e la popolazione civile, stremata dalla fame e dalla paura, rischiava la vita per ogni più piccolo spostamento, alcuni individui partivano dall'Italia con uno scopo preciso e atroce. Questi cosiddetti "cecchini del weekend", approfittando del caos bellico, raggiungevano la capitale bosniaca per sparare, dietro un compenso che si diceva potesse arrivare all'equivalente di ottanta o centomila euro odierni, su persone inermi; un'attività che, come riportato, veniva svolta "per divertimento", trasformando la sofferenza di un intero popolo in un perverso intrattenimento.
L'inchiesta penale per omicidio aggravato
Il fascicolo, che vede il pm Alessandro Gobbis come titolare delle indagini, è stato formalmente aperto con l'accusa di omicidio volontario aggravato dalla crudeltà e dai motivi abbietti, un'imputazione che riflette la gravità assoluta dei gesti compiuti. La macchina giudiziaria, nonostante la distanza temporale di circa tre decenni da quei tragici eventi, si è potuta mettere in moto poiché, per crimini di tale efferatezza, non è prevista la prescrizione. L'iniziativa procedurale, attualmente a carico di ignoti, nasce da un esposto dettagliato presentato dal giornalista e scrittore Ezio Gavazzeni, il quale ha operato con la collaborazione di due avvocati e dell'ex magistrato Guido Salvini, ricostruendo una vicenda che lega indissolubilmente l'Italia agli orrori di quel conflitto.
Le tracce dei "cecchini del weekend"
Le indagini, che coinvolgono presumibilmente anche soggetti provenienti da Torino e Trieste, si basano su fonti precise, tra cui un agente dei servizi di sicurezza bosniaci citato per nome nell'esposto. È proprio da un documento di quell'ente, risalente alla fine del 1993, che emergerebbero le prime informazioni sul fenomeno; il rapporto, contenente l'interrogatorio di un volontario serbo catturato, menzionava infatti la presenza di questi stranieri, i quali, partendo il venerdì da città del nord-est italiano, si appostavano sulle colline che dominano Sarajevo per prendere di mira i civili. La ricostruzione indica che ci sarebbe anche un uomo di Trieste tra coloro che si recavano in Bosnia per partecipare a quello che è stato definito un "safari della morte".
Il contesto storico dell'assedio
I fatti oggetto delle indagini si collocano nel quadro più ampio dell'assedio di Sarajevo, durato dal 1992 al 1996, durante il quale persero la vita oltre undicimila persone, molte delle quali falciate proprio dal fuoco dei cecchini che rendeva ogni via un potenziale corridoio della morte. In questo scenario di violenza indiscriminata e di sofferenza collettiva, le azioni attribuite ai "turisti della guerra" assumono un carattere di particolare abiezione, configurandosi non come atti di combattimento ma come uccisioni deliberate e gratuite, compiute da chi si era recato lì appositamente per compierle, sfruttando la propria posizione di assoluta impunità e di forza contro individui privi di qualsiasi difesa.




