Influenza aggressiva mette in ginocchio i pronto soccorso, tornano i letti nei corridoi
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Redazione Salute
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Un'ondata influenzale particolarmente severa, caratterizzata dalla circolazione della variante "K" del ceppo H3N2, sta esercitando una pressione senza precedenti sui sistemi sanitari di diverse regioni, costringendo le strutture a misure estreme per far fronte all'afflusso di pazienti. In Veneto, dove l'incidenza della sindrome è particolarmente acuta, si registra un incremento degli accessi ai pronto soccorso che sfiora il 30 per cento, una percentuale che, tradotta in numeri assoluti, si traduce in centinaia di persone in più ogni giorno alla ricerca di cure. L'aggressività di questo particolare virus, la cui azione è spesso complicata da polmoniti che richiedono un trattamento ospedaliero, ha di fatto innescato una reazione a catena: i reparti di Pneumologia, così come le Terapie intensive e semi-intensive, risultano saturi da oltre un mese, obbligando le aziende sanitarie a ricorrere a soluzioni che sembravano superate.
Il ritorno dei letti-bis e delle barelle nei corridoi
La conseguenza più visibile e drammatica di questa situazione è il ritorno, dopo anni, dei cosiddetti letti-bis all'interno dei reparti ordinari e delle barelle parcheggiate nei corridoi dei pronto soccorso, fenomeno che era stato drasticamente ridotto negli scorsi periodi. Per liberare posti letto e accogliere i nuovi pazienti gravi, molti dei quali anziani o soggetti fragili, le direzioni sanitarie sono state costrette a rivedere la programmazione ordinaria, rimandando interventi chirurgici non urgenti e dimissioni programmate. Non solo: la ricerca di spazi ha portato a posizionare letti aggiuntivi in reparti normalmente non destinati a quel tipo di patologie, come la Chirurgia, l'Urologia, l'Otorinolaringoiatria e la Cardiologia, segno tangibile di un sistema che cerca, con fatica, di adattarsi a un'emergenza imprevista per durata e intensità.
L'effetto domino che blocca anche le ambulanze
La congestione dei pronto soccorso genera un pericoloso effetto domino che paralizza l'intera catena dell'emergenza. A Roma, ad esempio, sono stati documentati casi eclatanti di ambulanze rimaste bloccate in attesa di scaricare il paziente per tempi lunghissimi, fino a undici ore e diciotto minuti in un episodio specifico all'ospedale Vannini. Periodi di attesa di sei, tre ore o più non sono infrequenti in altre grandi strutture della Capitale, il che significa che mezzi e personale del 118 restano indisponibili per nuovi interventi sul territorio, vanificando la rapidità di risposta che è fondamento del servizio di emergenza. L'associazione che rappresenta gli operatori del settore ha lanciato l'allarme, sottolineando come la carenza cronica di personale e mezzi sia amplificata da queste situazioni di ingolfamento estremo.
I numeri di una pressione costante
La dimensione del fenomeno è ben fotografata dai dati raccolti in singole realtà ospedaliere. All'arcispedale Santa Maria Nuova, per citare un caso, la media ordinaria di accessi al pronto soccorso si attesta attorno a 235 unità giornaliere, ma durante il picco influenzale post-festivo si è superato abbondantemente il limite delle 290 presenze, toccando punte di 297 accessi in un solo giorno. Numeri che, anche quando leggermente calati, continuano a stabilizzarsi su livelli ben superiori alla norma, tra i 245 e i 260 pazienti al giorno, mettendo a dura prova l'organizzazione e la capacità di risposta del personale medico e infermieristico, già provato da anni di tensioni. Questa "pressione" costante, come la definiscono gli operatori, non lascia tregua e rischia di logorare le difese del sistema in una fase ancora critica della stagione invernale.




