Il naufragio del Bologna a Birmingham e quel dubbio che si allarga sul futuro di Italiano
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Redazione Sport
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C’è un momento, nel calcio, in cui la differenza tecnica smette di essere una giustificazione e diventa, piuttosto, un’accusa. E il Bologna, uscito dal campo del Villa Park con un pesantissimo 4-0 che si somma al 3-1 subìto al Dall’Ara, ha appena vissuto quella precisa cesura. La somma, sei reti di scarto in due partite, appare una cifra quasi grottesca se si considera che l’Aston Villa – per quanto solida quarta forza della Premier League e guidata da quell’Unai Emery capace di incantare le coppe – non rappresenta una squadra aliena, né tanto meno una corazzata fuori categoria. Eppure, il tabellone racconta proprio questo: un divario che nessuno avrebbe pronosticato prima del doppio confronto, e che invece si è materializzato con una crudezza rara. A determinarlo, va detto, non è stata soltanto la superiorità oggettiva degli inglesi, ma una miscela esplosiva di sfortuna (soprattutto nella gara d’andata) e una sequela di errori individuali talmente marchiani da spianare l’autostrada a una squadra che, di suo, aveva già bisogno di ben poche agevolazioni.
La partita di ritorno, poi, ha assunto i contorni di una seduta di allenamento per i Villans: chiusa virtualmente già dopo un quarto d’ora, il tempo necessario a Watkins e ai suoi compagni per prendere le misure a una retroguardia apparsa improvvisamente allo sbando. L’attaccante inglese, che nel primo tempo ha realizzato una tripletta personale prima di fallire addirittura un calcio di rigore, si è aggiunto a Buendia e Rogers nel mettere il sigillo su una serata da incubo. Il crollo del Bologna di Vincenzo Italiano è stato totale, verticale, senza neppure la dignità di una reazione tardiva. E qui, però, si innesta la riflessione più profonda, quella che va al di là del risultato stesso. Perché il problema, una volta smaltita l’amarezza immediata, non è tanto la sconfitta con l’Aston Villa – nel mondo reale, nove partite su dieci di questo livello finirebbero comunque a favore degli inglesi – quanto quello che quella sconfitta ha messo brutalmente in luce.
Una linea difensiva alta che diventa un boomerang
Italiano ha portato con sé da Firenze un credo tattico ben preciso: linea difensiva alta, costruzione dal basso, tanti uomini sopra la linea della palla. Principi che, sulla carta, esaltano il gioco offensivo e la manovra ragionata. Ma che, se non supportati da un equilibrio millimetrico e da interpreti adeguati – cioè rapidi nelle letture e perfetti nelle chiusure – rischiano di trasformarsi in un boomerang letale. Quello che si è visto a Birmingham è stato proprio l’effetto boomerang: appena la prima pressione saltava, appena un passaggio orizzontale veniva intercettato, il Bologna si trovava con la difesa piantata a metà campo e tre attaccanti del Villa lanciati a rete senza alcuna opposizione. È un meccanismo già visto, in un recente passato, su altre panchine italiane. E le somiglianze con l’ultima fase di Stefano Pioli al Milan – quando il diavolo concedeva ripartenze a grappoli e la difesa alta diventava un’arma a doppio taglio – sono talmente evidenti da spaventare più di qualche tifoso.
Il parallelo non è solo tecnico, ma diventa quasi esistenziale: questo è il Milan che vogliamo? È la domanda che aleggiava già nei corridoi di Milanello ai tempi di Pioli, e che ora riecheggia sotto le Due Torri. Con il dubbio ancora aperto sul futuro di Allegri (e su cosa la società milanese voglia realmente per il nuovo corso), il modello di gioco proposto da Italiano suscita le stesse perplessità. Perché una filosofia coraggiosa va bene, ma quando produce un passivo di sette gol in due partite europee, allora non si può più parlare solo di sfortuna o di superiorità altrui. Si deve parlare, piuttosto, di un progetto che mostra crepe strutturali.
Il futuro dopo l’Europa: cessioni, big e un allenatore in bilico
L’eliminazione dall’Europa League chiude nel peggiore dei modi l’avventura continentale del Bologna, salutata insieme alla Fiorentina (anche lei fuori ai quarti di Conference) come le ultime due rappresentanti italiane ancora in corsa. Ma nella realtà dei fatti, cambia la prospettiva in modo radicale. Senza le coppe nella prossima stagione, il club si troverà a fare i conti con variabili pesanti: le inevitabili cessioni dei pezzi pregiati, l’assalto delle big ai migliori interpreti, e un allenatore – Vincenzo Italiano – il cui futuro appare appeso a un filo sottilissimo. Non tanto per il ko in sé, quanto per il modo in cui è maturato. Per la fragilità mostrata nei momenti decisivi, per quella sensazione che la squadra, di fronte alla prima difficoltà vera, abbia smarrito la bussola. E così, mentre a Bologna si prova a ripartire da un settimo posto ancora teoricamente possibile (e doveroso provarci a partire già dalla prossima gara a Torino), il nodo rimane tutto lì: si può costruire qualcosa di solido su fondamenta così traballanti? La risposta, per ora, è ancora nell’aria. Quello che è certo, invece, è che il Villa Park ha restituito un’immagine precisa: senza equilibrio, neppure le migliori idee reggono l’urto della realtà.




