L’intelligenza artificiale e lo scenario da incubo: disoccupazione al 10,2% e borse giù del 38% secondo un ipotetico rapporto del 2028
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Redazione Economia
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Un esercizio di stile, una simulazione, un avvertimento sotto forma di cronaca dal futuro. Qualunque definizione si voglia dare al rapporto pubblicato da Citrini Research, l’effetto che ha scatenato sui mercati è stato concreto e immediato. Il documento, intitolato “The 2028 Global Intelligence Crisis – A Thought Exercise in Financial History, from the Future”, dipinge uno scenario macroeconomico datato giugno 2028, e lo fa con numeri che hanno il potere di gelare il sangue: 487mila richieste di disoccupazione settimanali, un tasso di disoccupazione al 10,2 per cento, e un indice S&P 500 precipitato del 38 per cento rispetto ai massimi toccati nell’ottobre del 2026. L’ipotesi da cui muove l’analisi è che l’intelligenza artificiale, lungi dal rivelarsi una semplice leva di produttività, possa innescare una contrazione dei consumi talmente violenta da rendere il sistema incapace di sostenersi. Non si tratta, avvertono gli autori, di una crisi del credito analoga a quella dei mutui subprime del 2008, ma di qualcosa di strutturalmente diverso: una “Intelligence Displacement Crisis” in cui sono i lavoratori, e non le banche, a diventare il primo anello di una catena di default -1-3-7.
La profezia che si autoavvera e il crollo dei titoli finanziari
Che un rapporto di ricerca, per quanto provocatorio, potesse da solo contribuire a un sell-off di mercato è cosa che ha sorpreso persino il suo autore, James van Geelen, il quale ha ammesso candidamente che se avesse previsto un impatto simile non lo avrebbe reso pubblico gratuitamente. Ma il mercato, si sa, vive di aspettative, e quelle attuali sono già ipotecate dalla paura che l’automazione cognitiva possa rendere superfluo il lavoro d’ufficio. Nello scenario ipotizzato da Citrini, il crollo della borsa non risparmia nessuno, ma alcuni settori mostrano crepe più profonde. Le azioni di American Express e di altre società emissrici di carte di credito, per esempio, vengono descritte in caduta libera, con flessioni superiori al 10 per cento. Il meccanismo è lineare: se i consumatori perdono il lavoro o vedono ridursi il reddito, smettono di spendere, e i titoli del credito al consumo sono i primi a pagare lo scotto -4-7. A quel punto, suggerisce il report, il contagio si estenderebbe al mercato del private credit, un universo da 2,5 trilioni di dollari che negli anni precedenti aveva finanziato a piene mani il settore tecnologico, e che nel giro di pochi mesi si ritroverebbe con un portafoglio di crediti inesigibili e senza la liquidità necessaria per far fronte alle proprie passività.
Pignataro e “L’apocalisse sbagliata”: le aziende stanno addestrando chi le sostituirà
In questo clima di incertezza, destinato a protrarsi per i prossimi anni, si inserisce la riflessione di Andrea Pignataro, fondatore di Ion Group e, secondo la recente classifica di Forbes, l’uomo più ricco d’Italia con un patrimonio stimato in 42,8 miliardi di dollari. Pignataro ha scelto di intervenire nel dibattito con un documento di nove pagine dal Titolo emblematico, “The Wrong Apocalypse”, che rappresenta una risposta alle tesi di chi, come Dario Amodei di Anthropic, prevede la sostituzione del 50 per cento dei colletti bianchi entro cinque anni. L’imprenditore, la cui società opera proprio nell’intersezione tra finanza e tecnologia, invita a non cadere nella cosiddetta “fallacia della sostituzione”, ossia la tendenza a credere che, se un’intelligenza artificiale può svolgere un compito cognitivo, allora l’intero sistema che coordina quel compito diventi automaticamente obsoleto. Il software aziendale, argomenta Pignataro, non serve principalmente a “pensare”, ma a coordinare il lavoro cognitivo all’interno di organizzazioni complesse, funzionando come una vera e propria grammatica condivisa. Cambiare un sistema gestionale, in questa prospettiva, equivale a chiedere a un’intera comunità di abbandonare la propria lingua per adottarne una nuova: un processo che richiede anni e che incontra resistenze quasi insormontabili -2-6-9.
Il paradosso dell’addestramento e il rischio sistemico per l’economia reale
Eppure, proprio qui si annida il paradosso più pericoloso. Pignataro osserva che le aziende, spinte dalla necessità di rimanere competitive, stanno adottando strumenti di intelligenza artificiale senza rendersi conto che, così facendo, stanno insegnando a queste piattaforme la “grammatica” del proprio settore. Ogni volta che uno studio legale utilizza un assistente AI per la bozza di un contratto, o una società di consulenza lo impiega per un’analisi di mercato, non sta solo guadagnando efficienza: sta fornendo alla piattaforma una mappa sempre più precisa di come si struttura il lavoro intellettuale, quali sono gli standard qualitativi, come si articola il rapporto con il cliente. Si tratta, per usare le parole di Pignataro, di una “tragedia dei beni comuni” in cui ogni decisione, presa razionalmente dalla singola impresa, porta a un esito collettivo catastrofico. Le piattaforme, accumulando dati trasversali su interi comparti, diventano in grado di offrire quei medesimi servizi professionali senza più la mediazione delle imprese che le hanno addestrate. In questo scenario, la perdita di fatturato si trasformerebbe in una contrazione degli introiti per intere metropoli, come Londra o New York, la cui economia poggia in larga parte proprio sui servizi professionali, innescando una reazione a catena che dal settore immobiliare commerciale si trasmetterebbe all’intero sistema fiscale e sociale -2-6.
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