L’appello di Pignataro all’Europa: «Servono regole per frenare l’impatto dell’intelligenza artificiale»

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La riflessione, che arriva dalla voce dell’uomo più ricco d’Italia secondo la classifica di Forbes, possiede il tono inequivocabile di chi i meccanismi della finanza globale li conosce dall’interno e, forse proprio per questo, ne intuisce le crepe. Andrea Pignataro, fondatore del gruppo Ion, ha scelto di rompere un silenzio piuttosto consueto per la sua figura tradizionalmente riservata, e lo ha fatto con un documento di nove pagine dal Titolo “The Wrong Apocalypse”. Non si tratta, però, di una difesa d’ufficio del libero mercato, bensì di un’analisi che rovescia molti degli assiomi cari al capitalismo della Silicon Valley. La tesi di fondo, che sta già facendo discutere i circoli finanziari di mezzo mondo, è paradossale solo in apparenza: a dover intervenire non sono le imprese, nella loro autonomia, ma l’Unione europea, chiamata a svolgere quella funzione di “attrito” che i seguaci della deregolamentazione totale, da Elon Musk in giù, hanno sempre indicato come un ostacolo da abbattere.

Pignataro, nel suo intervento, non nega affatto le potenzialità dell’intelligenza artificiale né si abbandona a facili allarmismi, ma individua un punto cieco nel ragionamento di chi, come Dario Amodei di Anthropic, prevede una rapida sostituzione della forza lavoro impiegatizia. La questione, spiega il finanziere, è più complessa di quanto non lasci intendere l’entusiasmo per le capacità analitiche di modelli come Claude o ChatGPT. Esiste una differenza sostanziale, infatti, tra l’esecuzione di un compito specifico – scrivere una bozza di contratto, generare un’analisi, produrre una presentazione – e la piena integrazione in un contesto aziendale, dove il software non è solo uno strumento ma diventa linguaggio condiviso, grammatica interna, prassi consolidata. Le aziende, per dirla con una metafora efficace utilizzata nel saggio, non usano e basta piattaforme come Salesforce, ma letteralmente “parlano Salesforce”, nel senso che vi hanno modellato attorno le proprie procedure, le proprie gerarchie, perfino le modalità relazionali con i clienti.

Il cortocircuito dell’efficienza e il rischio dell’auto-disintermediazione

Il cuore dell’avvertimento, tuttavia, batte su un meccanismo più sottile e insidioso, che Pignataro definisce come una possibile “trappola della competitività”. Ogni società di consulenza, ogni studio legale, ogni struttura di advisory che oggi impiega l’intelligenza artificiale generativa per ottimizzare i propri processi sta, di fatto, addestrando gratuitamente i modelli che potrebbero renderla superflua. Condividendo dati, flussi di lavoro, modalità decisionali e persino gli errori tipici del settore, gli utenti non fanno altro che insegnare alla macchina il linguaggio specifico della propria professione. Nel momento in cui questi modelli avranno interiorizzato a sufficienza tale grammatica, nulla vieta alle piattaforme che li ospitano – OpenAI, Anthropic o altri big della tecnologia – di offrire direttamente al cliente finale quei servizi oggi erogati dagli intermediari umani, a costi drasticamente inferiori e con una scalabilità potenzialmente infinita.

Questo scenario, che alcuni analisti hanno cominciato a definire “crisi dell’intelligenza globale del 2028”, non è frutto di fantasia ma l’estrapolazione di trend già visibili. Lo dimostra il clamore suscitato da un recente rapporto della società di ricerca Citrini, intitolato “The 2028 Global Intelligence Crisis”, che ha immaginato un giugno 2028 in cui la disoccupazione negli Stati Uniti schizza al 10,2% e l’S&P 500 crolla del 38% dai massimi precedenti. In quel quadro ipotetico, milioni di colletti bianchi vengono sostituiti da sistemi di intelligenza artificiale più efficienti e meno costosi, e la ricchezza, pur continuando a fluire copiosa verso le imprese tecnologiche, non si traduce più in salari, inceppando il motore dei consumi. Le aziende, in un cortocircuito perverso, si trovano costrette a licenziare per sopravvivere, ma quei licenziamenti erodono la base della domanda, innescando una spirale recessiva dalla quale è difficile uscire.

La finanza si prepara, intanto, a scommettere miliardi sull’infrastruttura

Mentre il dibattito infiamma i circoli accademici e le sale operative delle banche d’affari, i grandi player della tecnologia non aspettano certo le conclusioni dei filosofi per muoversi. Gli hyperscaler, i colossi dei servizi cloud come Alphabet, Microsoft e Amazon, stanno già orientando i loro ingenti capitali verso le infrastrutture necessarie a sostenere la nuova ondata. Solo Alphabet, la casa madre di Google, ha recentemente raccolto circa 20 miliardi di dollari attraverso un’emissione obbligazionaria in sette tranche, destinata in buona parte a finanziare data center, reti energetiche e infrastrutture di rete -7. Si tratta di una cifra che, sommata agli investimenti analoghi degli altri giganti, potrebbe superare i mille miliardi di dollari entro la fine del decennio, secondo le stime di alcuni analisti. È una corsa all’oro, questa, che sta creando opportunità notevoli anche per gli investitori nel credito, pronti a scommettere su chi fornirà i mattoni fisici della nuova economia digitale. Ma è anche una dimostrazione di come il capitale finanziario, nella sua parte più dinamica, stia scommettendo su un futuro in cui l’intelligenza artificiale sarà pervasiva, indipendentemente dalle conseguenze sociali che ciò comporterà.

La frammentazione europea come scudo, nella lettura di Pignataro

È in questo contesto che si inserisce l’appello di Pignataro all’Unione europea. Un appello che suona quasi come un’eresia per chi proviene dal suo ambiente: chiedere più regole, più burocrazia, più “attrito” in un’epoca che celebra la velocità e la fluidità come valori assoluti. Eppure, la sua analisi individua proprio nella frammentazione normativa del Vecchio Continente – con i suoi ventisette ordinamenti giuridici diversi, le tutele del lavoro più forti, le barriere linguistiche e il perimetro del GDPR – un potenziale freno all’effetto a cascata che teme. Non si tratta, avverte, di uno scudo invalicabile, di una garanzia d’immunità assoluta. Ma la complessità e la diversità dei contesti normativi, proprio quelle caratteristiche tanto deprecate dalla finanza internazionale, potrebbero rivelarsi una forma di resistenza, capace di rallentare la sostituzione massiccia e di trasformare una potenziale rottura traumatica in una transizione gestita. Un paradosso solo apparente, che costringe a riconsiderare il ruolo dell’Europa in questa partita: non più semplice spettatrice o vittima designata della competizione tecnologica globale, ma possibile laboratorio di un capitalismo consapevole dei propri limiti.

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