Sei anni fa il paziente 1, quel 20 febbraio 2020 che cambiò l’Italia

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Salute Redazione Salute   -   A distanza di sei anni, la data del 20 febbraio 2020 rimane scolpita nella memoria collettiva come il giorno in cui la pandemia di Covid-19 smise di essere un problema altrui per bussare direttamente alla porta degli italiani. Fu in quel pomeriggio, grazie all’intuito clinico della dottoressa Annalisa Malara, anestesista dell’ospedale di Codogno, che venne individuato il cosiddetto “paziente 1”: un uomo, Mattia Maestri, allora trentottenne, ricoverato per quella che sembrava una banale polmonite ma che si rivelò resistente a ogni terapia nota -1-8. La decisione della Malara, formatasi all’università con il principio di non ignorare l’ipotesi peggiore quando un malato non risponde alle cure standard, portò a eseguire un tampone per un virus di cui allora si sapeva pochissimo, innescando così la scoperta del primo focolaio di trasmissione autoctona del nuovo coronavirus in Italia -8. Una scoperta, questa, che in poche ore trasformò un piccolo centro della Bassa Lodigiana nell’epicentro di una crisi sanitaria destinata a travolgere l’intero Paese e l’Occidente intero.

Il silenzio delle sirene e il lutto collettivo nelle province lombarde

L’individuazione del caso a Codogno fu solo la miccia di un'esplosione che in breve tempo investì pesantemente il territorio bergamasco e bresciano, dove il virus mostrò fin da subito il suo volto più feroce -5. Le cronache locali di quei giorni raccontano di un'atmosfera surreale, con le strade improvvisamente deserte e il silenzio, rotto solamente dal lamento incessante delle ambulanze, a farla da padrone. Un silenzio talmente assordante, carico di ansia e paura, che portò alla decisione, in alcune zone, di silenziare persino le sirene dei mezzi di soccorso: reclamare la precedenza su strade vuote appariva paradossale, e quegli ululati finivano per generare un’angoscia ancora più profonda in una popolazione già provata. Allo stesso modo, il suono a martello delle campane delle chiese, che scandiva senza sosta i nuovi decessi, divenne la colonna sonora di giornate ostaggio dell'angoscia, tanto che in alcuni paesi, come Nembro, il parroco chiese di smettere di suonarle perché quel rintocco funebre, ripetuto all'infinito, era divenuto psicologicamente insostenibile per l'intera comunità -5-10. Bergamo, in particolare, visse una tragedia immane: gli ospedali trasformati in obitori di fortuna, le salme portate fuori regione con convogli militari per essere cremate, e la conta dei morti che superava di gran lunga i numeri ufficiali, leggibile nella fila interminabile di bare nelle chiese e nel lavoro senza sosta dei forni crematori -5-10.

Una giornata di raccoglimento a Codogno tra memoria e resilienza

Nella mattinata di sabato 21 febbraio 2026, a sei anni esatti dall'inizio di quell'incubo, Codogno si è fermata per ricordare. Una cerimonia sobria e partecipata, intitolata alla “Comunità resiliente di Codogno e alle vittime del Covid19”, ha visto la deposizione di una corona d’alloro al cimitero cittadino, ai piedi della targa commemorativa, accompagnata da un lungo momento di silenzio e preghiera -9. Il vescovo Maurizio Malvestiti, durante la sua orazione, ha parlato di un nemico affrontato con mano tremante ma anche con forza e perseveranza, sottolineando come Codogno e il Lodigiano abbiano fatto da apripista, loro malgrado, per tutto l’Occidente. Successivamente, al memoriale di via Collodi, il sindaco Francesco Passerini ha voluto evidenziare il lato positivo di quella terribile esperienza, ovvero l'emersione di una società capace di unirsi e di guardare al prossimo nonostante le pesantissime restrizioni -9. Alla cerimonia hanno preso parte, tra gli altri, anche il primo cittadino di Vo’, Mauro Delluniversità, l’altro comune simbolo della prima ondata pandemica in Veneto, a testimonianza di un legame nato in quei giorni difficili e mai sciolto.

Il bilancio in chiaroscuro e le lezioni dimenticate secondo l'infettivologo Andreoni

Se il ricordo di chi non c'è più rimane intatto, a sei anni di distanza il bilancio su quanto appreso da quell'esperienza appare, secondo gli esperti, quantomeno contrastante. Massimo Andreoni, direttore scientifico della Società italiana di malattie infettive e tropicali (Simit), traccia un quadro che definisce volutamente in chiaroscuro, evidenziando come il Paese abbia sì dimostrato una straordinaria capacità di reazione nell'emergenza, ma al contempo abbia lasciato irrisolti alcuni nodi strutturali, a cominciare dalla prevenzione -3. A preoccupare l'infettivologo è la rapidità con cui si è affievolita la memoria del pericolo: dopo aver raggiunto durante la pandemia i livelli più alti di copertura vaccinale, non solo anti-Covid ma anche antinfluenzale, si è assistiti a una progressiva stanchezza e a una crescente esitazione vaccinale nella popolazione -3. Per Andreoni, la questione travalica la sfera della scelta individuale e investe quella della responsabilità collettiva, poiché la salute di ciascuno, come la pandemia ha tragicamente insegnato, è indissolubilmente legata ai comportamenti dell'intera collettività e la sostenibilità del Servizio sanitario nazionale dipende anche da questo impegno condiviso -3. La lezione più grande, forse, è stata la presa di coscienza dei nostri limiti di fronte alla forza della natura, una consapevolezza che rischia però di affievolirsi se non coltivata e trasformata in una cultura stabile e duratura della prevenzione.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.