Cosenza, focolaio di epatite A: cinque ricoveri all’Annunziata e il sospetto sulle cozze

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Redazione Salute Redazione Salute   -   L’attenzione degli epidemiologi calabresi si è spostata nelle ultime ore anche sulla provincia di Cosenza, dove l’ospedale Annunziata sta gestendo un focolaio di epatite A che ha portato al ricovero di cinque persone. A questi si aggiunge un sesto paziente, dimesso due giorni fa, che aveva presentato una sintomatologia meno severa e che ora prosegue la convalescenza fuori dal contesto ospedaliero. L’Azienda ospedaliera, confermando il monitoraggio costante della situazione, ha attivato tutte le procedure di sorveglianza sanitaria del caso, mentre i reparti di Malattie infettive e Gastroenterologia lavorano in sinergia per seguire l’evoluzione clinica dei ricoverati, che al momento non destano particolare preoccupazione pur trovandosi nella fase acuta dell’infezione.

Il filo rosso che sembra unire i sei casi – tre dei quali già accertati e gli altri in fase di conferma – è rappresentato dall’alimentazione. Da quanto ricostruito dalle indagini epidemiologiche condotte dall’Asp, il contagio sarebbe avvenuto attraverso il consumo di molluschi bivalvi crudi, con le cozze che finiscono sotto la lente d’ingrandimento degli inquirenti sanitari. Tutti i soggetti coinvolti, a quanto si è appreso, avevano dichiarato di aver mangiato cozze o mitili nei giorni precedenti l’insorgenza dei sintomi, consumandoli in alcuni casi a casa e in altri presso esercizi di ristorazione. Non è ancora stato identificato con certezza il produttore né si esclude che i lotti contaminati possano provenire da più fonti o da aree geografiche differenti, un aspetto che complica notevolmente la ricostruzione della filiera.

Un meccanismo di trasmissione legato alla filiera ittica

La modalità con cui il virus dell’epatite A (HAV) si insinua nei circuiti alimentari è nota agli specialisti di igiene pubblica: trattandosi di una trasmissione di tipo oro-fecale, il contagio avviene prevalentemente attraverso l’ingestione di acqua o cibi contaminati. I molluschi bivalvi, come le cozze e le vongole, rappresentano un veicolo particolarmente insidioso perché, filtrando grandi quantità d’acqua per nutrirsi, tendono a concentrare al loro interno gli agenti patogeni eventualmente presenti nell’ambiente marino. Se consumati crudi o non sufficientemente cotti – e a questo proposito gli esperti mettono in guardia dal ritenere sufficiente la semplice apertura delle valve durante la cottura – questi alimenti possono trasferire il virus all’uomo, innescando l’infezione dopo un periodo di incubazione che può variare generalmente dai 15 ai 50 giorni.

A Cosenza, il coordinamento delle indagini è seguito da Martino Rizzo, responsabile dell’Igiene pubblica all’Asp, il quale ha sottolineato come le difficoltà investigative siano in questo caso amplificate proprio dalla lunga latenza del virus e dalla difficoltà di risalire con esattezza al singolo pasto incriminato. Intanto, il quadro calabrese si inserisce in un contesto regionale più ampio: analoghi episodi di epatite A sono stati registrati anche a Catanzaro, dove l’azienda ospedaliera Dulbecco ha gestito diversi ricoveri, con quattro pazienti attualmente in cura presso il reparto di Malattie infettive. Pur non configurandosi una situazione di allarme generalizzato, i casi in aumento in diverse province impongono un rafforzamento dei controlli lungo tutta la filiera dei prodotti ittici.

Sintomatologia e gestione clinica dei casi acuti

I pazienti ricoverati all’Annunziata presentano un quadro clinico tipico dell’epatite virale di tipo A, caratterizzato da sintomi quali febbre, malessere diffuso, dolori addominali e, nella fase conclamata, ittero – la caratteristica colorazione giallastra della pelle e delle sclere. I reparti di Malattie infettive, oltre a garantire la terapia di supporto necessaria per affrontare la fase acuta, sono impegnati nel monitoraggio costante dei parametri epatici per prevenire eventuali complicanze. Sebbene nella stragrande maggioranza dei casi l’infezione abbia un decorso autolimitante che si risolve senza conseguenze, gli specialisti non sottovalutano il rischio, seppur raro, di evoluzioni più severe.

I dati provenienti dalle regioni vicine, in particolare dalla Campania dove il numero di contagi ha superato le centinaia di unità, hanno indotto le autorità sanitarie calabresi a mantenere alta la soglia di attenzione. L’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Mezzogiorno è stato coinvolto nelle attività di campionamento e analisi per verificare la presenza del virus nei prodotti ittici sequestrati o prelevati presso i mercati, sebbene gli esiti di queste analisi non siano ancora stati resi noti in via ufficiale. L’attenzione si concentra non solo sui molluschi ma anche, in via precauzionale, sulla corretta igienizzazione di frutta e verdura, che se non lavate adeguatamente possono rappresentare un’altra via di trasmissione.

Il ruolo della prevenzione e le raccomandazioni degli esperti

Di fronte a questa recrudescenza dei contagi, il messaggio che arriva dai reparti di Igiene e dalle direzioni sanitarie è chiaro e si riassume in un principio di cautela nella manipolazione e nel consumo degli alimenti a rischio. La cottura completa dei molluschi bivalvi rimane la misura più efficace per abbattere la carica virale: il calore deve essere prolungato in modo uniforme, evitando di consumare i frutti di mare “appena aperti” o tiepidi, una pratica comune ma non priva di rischi. Inoltre, gli esperti ricordano l’importanza di acquistare i prodotti ittici esclusivamente da rivenditori autorizzati, in grado di garantire la tracciabilità e il rispetto delle normative igienico-sanitarie.

Sul fronte della prevenzione individuale, esiste anche uno strumento farmacologico rappresentato dal vaccino contro l’epatite A. Pur non essendo obbligatorio, il vaccino – come ricordato anche dal primario delle Malattie infettive – rappresenta una barriera efficace, in grado di conferire una protezione immunitaria duratura e talvolta permanente, risultando particolarmente indicato per le categorie a rischio o per coloro che intendono viaggiare verso aree endemiche. Per chi fosse stato esposto al contagio, la somministrazione tempestiva del vaccino o delle immunoglobuline specifiche potrebbe prevenire lo sviluppo della malattia, se effettuata nei tempi tecnici previsti dai protocolli.

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