Il Nas sequestra 50 chili di frutti di mare, la procura di Napoli indaga per commercio di alimenti nocivi
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Redazione Salute
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A fare scattare l’operazione dei carabinieri del Nas è stato il concomitante aumento dei ricoveri per epatite A, concentrati in particolare tra Campania, Puglia e basso Lazio, un’impennata che ha messo in allarme le autorità sanitarie. I militari hanno posto sotto sequestro circa cinquanta chili di frutti di mare, prelevando contestualmente numerosi campioni destinati alle analisi di laboratorio; un’attività investigativa che si inserisce nel più ampio procedimento avviato dalla Procura di Napoli, al momento formalizzato contro ignoti per l’ipotesi di reato legata al commercio di sostanze alimentari nocive. L’elemento sul quale gli inquirenti stanno cercando di fare luce – e che rappresenta il filo conduttore delle indagini – riguarda la possibilità che sul mercato siano state mescolate partite di cozze di origine locale con molluschi provenienti dall’estero, quest’ultimi potenzialmente privi dei necessari controlli igienico-sanitari e quindi veicolo dell’infezione.
L’inchiesta della procura e l’ipotesi sulla contaminazione
La magistratura, come spesso accade in situazioni di emergenza sanitaria legata alla filiera alimentare, ha optato per un approccio che combina l’aspetto preventivo con quello repressivo, tentando di ricostruire le dinamiche commerciali che potrebbero aver favorito la diffusione del virus. L’ipotesi al centro del fascicolo, infatti, è quella di una deliberata miscelazione tra prodotto ittico nazionale e prodotto importato: una pratica illecita che, se confermata, avrebbe eluso i sistemi di tracciabilità e di controllo alle frontiere. I campioni prelevati dai Nas – il cui esito sarà decisivo per i successivi sviluppi giudiziari – dovranno stabilire se i molluschi sequestrati presentino effettivamente tracce del virus dell’epatite A, e se vi sia una corrispondenza biologica con i ceppi riscontrati nei pazienti ricoverati. Nel frattempo, l’attenzione si è allargata anche ad altre regioni, visto che un caso di infezione è stato segnalato in una scuola di Grosseto, circostanza che ha attivato immediatamente le procedure di prevenzione previste dai protocolli sanitari.
I numeri dell’epidemia e i riflessi sul sistema sanitario
A fornire il quadro epidemiologico della situazione è l’Istituto superiore di sanità, i cui dati restituiscono la portata del fenomeno: solo nel mese di marzo sono stati registrati complessivamente 160 casi di epatite A, di cui ben 110 concentrati in Campania. Numeri che hanno inevitabilmente esercitato una pressione considerevole sulle strutture ospedaliere, in primis sull’ospedale Cotugno di Napoli, da sempre punto di riferimento per le patologie infettive nel mezzogiorno. Qui i ricoveri hanno superato la sessantina di unità, costringendo la direzione sanitaria a riorganizzare i posti letto per garantire assistenza non solo ai nuovi contagiati, ma anche a chi necessitava di trattamenti prolungati. L’epatite A, vale la pena ricordarlo in questa sede per comprendere la risposta del sistema, è un’infezione del fegato che si trasmette principalmente per via oro-fecale, spesso attraverso il consumo di acqua o cibi contaminati, e i cui sintomi – dalla febbre all’ittero, passando per la nausea e il forte affaticamento – possono assumere connotazioni particolarmente severe negli adulti e nei soggetti con fragilità pregresse.
Le azioni legali di Assoutenti e il danno economico per il settore ittico
Mentre le indagini della procura proseguono e i Nas portano avanti i controlli lungo la filiera distributiva, l’associazione dei consumatori Assoutenti ha annunciato l’avvio di una strategia legale articolata su due fronti. Da un lato, l’associazione si prepara a promuovere azioni risarcitorie in favore dei cittadini che hanno contratto l’infezione, sostenendo la tesi della responsabilità diretta di chi ha immesso sul mercato prodotti non conformi agli standard di sicurezza. Dall’altro lato, Assoutenti ha dichiarato di voler tutelare anche le imprese del settore ittico italiano, in particolare quelle che operano nella legalità e che rischiano di subire ingiustamente le ripercussioni economiche di uno scandalo sanitario. Un’iniziativa, quest’ultima, che mira a distinguere la condotta dei pochi operatori potenzialmente coinvolti nell’illecito dalla stragrande maggioranza degli allevatori e dei pescatori che, invece, rispettano rigorosamente le normative vigenti. L’eco mediatica dell’inchiesta, unita alla diffusione dei ricoveri, ha già generato un contraccolpo sulle vendite dei molluschi nel territorio, con pescatori e commercianti che lamentano un drastico calo della domanda nonostante l’assenza di provvedimenti generalizzati di ritiro dal mercato.




