Cozze estere ed epatite A, la Procura di Napoli indaga sul commercio di alimenti nocivi
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Redazione Salute
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La febbre che sale, l’ittero che ingiallisce la pelle, il malessere diffuso che ha riempito i pronto soccorso di mezza Italia. Il quadro clinico è quello dell’epatite A, e il suo ritorno in numeri preoccupanti – non si parlava di un’impennata simile da anni – ha acceso un faro su un possibile anello debole della filiera alimentare. La Procura di Napoli ha formalmente aperto un fascicolo, iscrivendo nel registro degli indagati, per ora, l’ipotesi di reato legata al commercio di sostanze alimentari nocive. L’indagine, coordinata dalla sesta sezione con i pm Valentina Rametta e il procuratore aggiunto Antonio Ricci, si concentra su una pista precisa: quella dei frutti di mare contaminati, con un’attenzione particolare alla provenienza estera dei prodotti.
Sono i Nas, i carabinieri specializzati nella tutela della salute, a condurre gli accertamenti insieme alla Procura, setacciando la rete di distribuzione che potrebbe aver portato sulle tavole – specialmente di Campania, Puglia e basso Lazio – molluschi privi dei necessari controlli. L’ipotesi investigativa, che procede contro ignoti in questa fase, è quella della detenzione e vendita di alimenti pericolosi per la salute pubblica. Non si tratta di un dettaglio secondario, perché l’attenzione degli inquirenti non è caduta solo sui ristoratori o sui venditori al dettaglio, ma sulla possibilità che il focolaio epidemico tragga origine da partite di cozze provenienti dall’estero, introdotte nel circuito nazionale senza le garanzie previste dalla normativa.
Mentre la magistratura cerca di ricostruire la filiera, i sindaci delle aree costiere più colpite hanno iniziato a correre ai ripari con strumenti di emergenza. A Gaeta, ad esempio, il primo cittadino Cristian Leccese ha firmato un’ordinanza urgente che recepisce alla lettera le indicazioni della Asl di Latina. Il provvedimento, destinato a restare in vigore fino a una nuova valutazione dell’autorità sanitaria, impone a tutti gli esercizi pubblici di somministrazione – dai ristoranti ai locali di vicinato alimentare con consumo sul posto – il divieto assoluto di somministrazione e consumo di frutti di mare crudi. Una misura, questa, che mira a interrompere immediatamente il meccanismo di trasmissione del virus, dato che il consumo di molluschi crudi o poco cotti rappresenta il veicolo principale del contagio in queste tipologie di focolai.
L’eco mediatica del caso, però, ha già superato i confini locali e ha cominciato a generare conseguenze sul piano legale e, inevitabilmente, economico. Assoutenti, l’associazione per la tutela dei diritti degli utenti e dei consumatori, ha annunciato di aver avviato le procedure per i risarcimenti. L’associazione si prepara a dare battaglia su due fronti distinti: da un lato, la tutela dei cittadini contagiati, che hanno subito danni alla salute e nella loro vita lavorativa; dall’altro, la difesa delle aziende del settore ittico, spesso vittime di una ricaduta d’immagine generale che rischia di penalizzare anche i produttori sani.
L’intreccio tra la vicenda giudiziaria, quella sanitaria e quella economica si fa dunque sempre più fitto. Da un lato ci sono gli accertamenti della Procura di Napoli – che sta valutando se sussistano i presupposti per attribuire una responsabilità penale a specifici anelli della catena di distribuzione – e dall’altro la necessità delle autorità sanitarie di contenere la curva dei contagi, che tra Campania e basso Lazio ha registrato un’impennata esponenziale nelle ultime settimane. L’ordinanza di Gaeta rappresenta un primo argine, ma non si esclude che altre amministrazioni costiere possano seguire lo stesso esempio, vista la pressione epidemiologica in atto.
A tenere insieme i diversi fili dell’inchiesta è il reato contestato: il commercio di sostanze alimentari nocive, un reato che presuppone la consapevolezza, da parte di chi le mette in commercio, della pericolosità dei prodotti. Un elemento, questo, che gli inquirenti dovranno dimostrare risalendo a monte della filiera, verificando la presenza di eventuali certificazioni contraffatte o di canali di approvvigionamento paralleli sfuggiti ai controlli. La contaminazione da epatite A, se confermata come origine del focolaio, trasforma infatti un normale prodotto ittico in un potenziale veicolo di una malattia che, pur non essendo letale nella maggior parte dei casi, richiede ospedalizzazioni e tempi di convalescenza lunghi.




