Epatite A, il focolaio che si allarga tra Roma e Latina e i controlli serrati dei Nas
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Redazione Salute
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Il bilancio dei contagi da epatite A nel Lazio continua a tenere alta l’attenzione dei servizi epidemiologici: secondo gli ultimi aggiornamenti delle Asl, sono 50 i pazienti registrati nelle zone di Rm1 e Rm2, mentre nella provincia di Latina si contano 24 casi distribuiti in un arcipelago di comuni che vanno da Aprilia a Terracina, passando per Fondi, Formia, Sabaudia, Sermoneta, Campodimele, Priverno e Lenola. Una diffusione capillare, questa, che la Regione Lazio definisce “monitorata e circoscritta”, ma che ha imposto dallo scorso febbraio una serrata sorveglianza epidemiologica per tracciare l’andamento dei pazienti.
Le ipotesi sulla diffusione e il legame con i frutti di mare
L’ipotesi più accreditata dagli infettivologi, come spiega Claudio Maria Mastroianni del Policlinico Umberto I, punta il dito contro la contaminazione dei frutti di mare: le abbondanti piogge del mese scorso potrebbero aver provocato rimescolamenti nei fondali, riversando in mare scarichi fognari che hanno infettato molluschi come cozze e vongole. I pazienti, si sospetta, avrebbero consumato questi prodotti crudi tra Natale e Capodanno, considerato che il periodo di incubazione del virus – che può arrivare fino a sette settimane – coincide con l’insorgenza dei sintomi registrata a partire da gennaio. Un meccanismo di trasmissione, questo, che non è nuovo: in passato, episodi analoghi erano stati associati ad altri alimenti, come i frutti di bosco surgelati consumati senza cottura.
L’operazione dei Nas a Casoria e il sequestro di 600 chili di alimenti
Proprio per arginare il rischio di ulteriori contagi legati alla filiera alimentare, i carabinieri del Nas hanno intensificato i controlli sul territorio. L’ultimo intervento in ordine di tempo è avvenuto a Casoria, dove un rivenditore di prodotti ortofrutticoli è stato sottoposto a una verifica igienico-sanitaria a 360 gradi. Il bilancio dell’operazione parla chiaro: 10mila euro di multa e 600 chili di merce sequestrata. Parte di questi alimenti, esposti al traffico veicolare e privi della necessaria rintracciabilità, sono stati avviati alla distruzione immediata; circa 300 chili, dopo essere stati campionati per escludere contaminazioni, sono stati invece devoluti allo zoo di Napoli per l’alimentazione degli animali. Nel corso del blitz, la polizia locale ha inoltre rilevato violazioni relative all’occupazione di suolo pubblico, con il commerciante che aveva ampliato abusivamente l’area di vendita rispetto ai 60 metri quadri autorizzati.
Il quadro epidemiologico e le misure di prevenzione
Il virus dell’epatite A, un patogeno a RNA appartenente alla famiglia dei Picornaviridae, si trasmette per via oro-fecale: il contagio avviene per contatto diretto con persone infette o, più frequentemente, attraverso il consumo di acqua o cibi contaminati. I sintomi, che compaiono dopo un’incubazione che può variare dalle due alle sette settimane, includono affaticamento, nausea, dolori addominali e ittero – una colorazione giallastra della pelle e delle sclere –, mentre nei bambini l’infezione è spesso asintomatica o paucisintomatica. Per quanto riguarda la risposta sanitaria, la Asl di Latina ha istituito una task force multidisciplinare che coinvolge i dipartimenti di prevenzione, i servizi di igiene degli alimenti e le unità di malattie infettive. I controlli si sono concentrati su ristoranti e punti vendita, in particolare sulla filiera dei molluschi e sui prodotti ortofrutticoli privi di tracciabilità. La vaccinazione, che garantisce una protezione già dopo 14-21 giorni dalla somministrazione, rimane lo strumento principale per i soggetti a rischio, mentre la cottura ad alte temperature (oltre i 100 gradi, prolungata e non limitata alla semplice apertura della valva) rappresenta la barriera più efficace per eliminare il virus dai cibi.




