Epatite A, il focolaio in Campania e le rassicurazioni di Lopalco: «Non solo colpa del crudo»

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Nonostante l’impennata dei contagi registrata in Campania, dove il virus dell’epatite A ha già costretto al ricovero decine di persone, la Puglia può dirsi sostanzialmente al riparo dall’allarme che sta invece monopolizzando l’attenzione dei servizi sanitari regionali e dell’opinione pubblica a sud del Garigliano. A tracciare un netto discrimine tra le due realtà confinanti – ma, come si vedrà, epidemiologicamente distanti – è l’epidemiologo pugliese Pier Luigi Lopalco, il quale interviene per chiarire le dinamiche del contagio con l’autorevolezza di chi, alla fine degli anni Novanta, promosse proprio in quella regione una campagna vaccinale che oggi si rivela decisiva. La situazione in Campania, spiega Lopalco, presenta un quadro di diffusione rapida del virus, individuato in diversi campioni di frutti di mare con centinaia di casi sintomatici già accertati a fronte dei quali, come accade in questi frangenti, si deve stimare un numero di portatori asintomatici ben più elevato (soprattutto in età pediatrica) che alimenta silenziosamente la catena dei contagi.

I numeri della sorveglianza e il ruolo della filiera alimentare

L’attenzione degli uffici di sanità pubblica si è concentrata in particolare nella provincia di Caserta, dove i dati forniti dalla Asl locale – il cui manager è Antonio Limone – fotografano una crescita significativa: i casi sono passati da 33 a 50 in pochi giorni, con un’accelerazione marcata durante lo scorso fine settimana che ha portato undici nuovi accertamenti in una sola giornata e altri tre tra domenica e lunedì. Un incremento che, sebbene non configuri ancora una crisi fuori controllo secondo le fonti sanitarie, ha comunque innescato un immediato rafforzamento delle attività di sorveglianza, con un potenziamento del tracciamento dei contatti e un’intensificazione dei controlli lungo le filiere alimentari. In particolare, gli investigatori sanitari stanno setacciando con particolare attenzione il comparto ittico e, con un’estensione che evidenzia la complessità della trasmissione, anche quello ortofrutticolo, nella consapevolezza che il veicolo di infezione non è esclusivamente legato ai molluschi. A Latina, intanto, la situazione riflette un copione simile con 24 casi accertati e sei ricoveri in ospedale, circostanza che ha indotto le autorità a estendere le verifiche sui ristoranti e a puntare il faro soprattutto sul consumo di pesce crudo.

L’analisi di Lopalco: vaccini e meccanismi di trasmissione

Proprio sul legame quasi automatico tra il consumo di frutti di mare e l’insorgenza della malattia, Lopalco interviene con un approccio analitico che mira a scardinare quella che ritiene una semplificazione eccessiva. Se da un lato è indubbio che i mitili, in quanto filtratori naturali, possano accumulare il virus se immersi in acque contaminate – e i rilievi effettuati dall’Istituto zooprofilattico hanno confermato la presenza del virus in sette campioni sui 154 prelevati – dall’altro l’epidemiologo sottolinea che, una volta che il virus comincia a circolare nella popolazione, le vie di trasmissione tendono a diversificarsi. Il lungo periodo di incubazione (che può arrivare fino a cinquanta giorni) e la presenza di portatori sani, capaci di eliminare il virus senza manifestare sintomi, rendono possibile la contaminazione attraverso il semplice contatto interumano o la manipolazione di alimenti in assenza di una corretta igiene delle mani, senza dimenticare il rischio specifico legato alla trasmissione sessuale in alcune categorie. L’origine del focolaio campano, verosimilmente legata a molluschi allevati abusivamente o a criticità nella depurazione, ha quindi innescato un meccanismo che ormai prescinde dal singolo alimento. Ma è sulla situazione pugliese che Lopalco, reduce dall’esperienza di assessore alla Sanità regionale, offre la rassicurazione più netta: i giovani adulti pugliesi sono protetti da una campagna vaccinale avviata nel 1998, che ha di fatto interrotto la catena delle epidemie storiche che per decenni avevano caratterizzato la regione.

L’impatto economico e le reazioni della categoria

Mentre i medici e gli epidemiologi si concentrano sul contenimento della curva epidemiologica, un altro fronte si sta aprendo nelle zone maggiormente colpite, con ripercussioni che investono il tessuto economico locale. Le ordinanze emesse da decine di sindaci campani – e l’eco mediatica dell’emergenza – hanno provocato un effetto immediato sul comportamento dei consumatori, determinando un crollo verticale delle presenze nei ristoranti specializzati in crudo di pesce e sushi. I pescivendoli, in particolare, lamentano un vero e proprio “disastro” commerciale con i negozi semivuoti, mentre le associazioni di categoria segnalano cali che in alcuni esercizi hanno sfiorato l’80% nel primo weekend successivo alla diffusione della notizia. Gli operatori del settore, come testimoniano alcuni ristoratori, rilevano che il timore inizialmente circoscritto ai molluschi si è esteso a tutto il comparto ittico e, in alcuni casi, persino all’ortofrutta, generando un clima di diffidenza generalizzata che per molti rievoca gli effetti psicologici dei periodi di lockdown durante la pandemia da Covid-19. Di fronte a questa situazione, i rappresentanti di categoria non escludono di portare la questione a livello nazionale, valutando richieste di sostegno al governo per un settore che, al di là del rischio sanitario effettivo, si trova a fare i conti con le conseguenze economiche della psicosi collettiva.

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