Epatite A al Sud, il picco a marzo a causa dei frutti di mare

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Redazione Salute Redazione Salute   -   L’epidemia di epatite A che nelle ultime settimane ha messo in ginocchio diverse regioni del Sud, con un’impennata particolarmente violenta registrata a marzo, trova una sua prima, parziale spiegazione in un alimento che di questa terra è da sempre simbolo e tentazione: i frutti di mare. A sostenerlo, suffragando l’ipotesi con dati raccolti sul campo, è l’ultimo report dell’Istituto superiore di sanità, il quale ha puntato il dito contro una filiera di distribuzione che, per quanto controllata, mostra ancora crepe preoccupanti.

Il peso delle cozze e dei canali di approvvigionamento

Il consumo di cozze, vongole e altri molluschi, spesso serviti crudi o poco cotti nelle tradizionali cene di pesce, è stato quindi individuato come il veicolo principale del contagio. E in questo quadro, va detto, ci sono finite di mezzo anche diverse attività ristorative che, senza alcuna malafede, hanno continuato ad acquistare i loro prodotti dallo stesso canale di fornitura di sempre; un canale che però, in questa circostanza, si è rivelato contaminato. La parola che ricorre con insistenza tra gli operatori del settore, a Bari come a Napoli, è “catena del freddo”: la sua rottura, anche solo per poche ore, può trasformare un banco di pesce in un veicolo di infezione.

Da Napoli al Lazio, un fronte che si allarga

Dopo il focolaio iniziale sviluppatosi nell’area napoletana, che da solo ha portato a oltre settanta ricoveri, l’epatite A è infatti sbarcata anche nel Lazio. La regione, attraverso i propri canali ufficiali, tiene a precisare che “la situazione è monitorata e i casi circoscritti”, specificando che dallo scorso febbraio è partita una serrata sorveglianza epidemiologica con un attento tracciamento dei pazienti. Gli occhi, in questo momento, sono puntati soprattutto sulla provincia di Latina, dove si concentrano gli ultimi episodi segnalati. Non si tratta di una psicosi, per usare un termine che pure circola tra i banchi del pesce, ma di un dato di realtà che i medici hanno ribadito in vista delle festività pasquali: l’evoluzione delle prossime settimane, avvertono, sarà determinante per capire se il picco è stato superato o se assisteremo a una nuova ondata.

La flessione delle vendite e l’allarme nelle scuole

L’impatto psicologico dell’epidemia si è fatto sentire con forza anche in Puglia, in particolare a Bari, dove i pescivendoli raccontano di un calo netto delle vendite. “Le cozze sono invitanti, lucide e nere, ma restano sui banchi – spiega Rachele, della pescheria Gagang nel quartiere Murat – poi, quando spieghiamo che il prodotto cotto è sicuro e che rispettiamo tutte le procedure, i clienti si convincono”. Una fiducia, quella dei consumatori, che resta però fragile. A rendere il quadro ancor più complesso, poi, è l’allarme che è stato dirottato anche nelle scuole: l’Asl Napoli 3 ha inviato una comunicazione ufficiale all’Ufficio scolastico provinciale, un documento che non lascia spazio a interpretazioni, nel quale si richiama l’attenzione sull’incremento dei contagi e si sottolinea l’importanza delle vaccinazioni e delle norme igieniche di base. La scuola, insomma, diventa un fronte di difesa importante, perché il virus dell’epatite A (HAV) si trasmette con una facilità che impone il massimo rigore nei luoghi affollati.

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