Epatite A, il contagio silenzioso che risale dal mare: 180 casi tra Napoli e Caserta

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Il virus dell’epatite A, che negli ultimi anni sembrava confinato in focolai intermittenti legati a cattive abitudini alimentari, ha improvvisamente cambiato volto, o quantomeno scenario geografico. Da fine gennaio, la Campania si trova a fare i conti con una curva epidemica anomala: 180 casi registrati, un numero che gli epidemiologi considerano significativo se rapportato alla finestra temporale ristretta e alla concentrazione dei contagi. Il fenomeno, inizialmente percepito come un’eco degli andamenti registrati al Centro-Nord, si è rivelato un’onda d’urto autonoma con epicentro nelle province di Napoli e Caserta, sebbene il dato regionale disegni una diffusione a macchia di leopardo in tutte le Asl. A differenza dei ceppi circolanti nel biennio precedente – che in Lombardia, Toscana, Emilia Romagna e Lazio venivano ricondotti all’assunzione di pesce crudo, frutti di bosco contaminati o a specifiche pratiche sessuali – qui il quadro epidemiologico ha preso una piega diversa, costringendo gli investigatori sanitari a scendere in profondità, letteralmente sotto il livello del mare.

L’indizio decisivo, quello che ha permesso di collegare i singoli casi sporadici a una fonte comune, è arrivato dalle acque dei Campi Flegrei. Giuseppe Iovane, direttore generale dell’Istituto Zooprofilattico sperimentale del Mezzogiorno, ha confermato che le analisi hanno individuato la presenza del virus in alcune aree di produzione ittica, in particolare nei mitili. «A Bacoli, Varcaturo e Nisida – ha spiegato – abbiamo riscontrato aree di produzione infette». Dei 150 campionamenti effettuati, ben otto sono risultati positivi: sette campioni di cozze e uno di ostriche, tutti provenienti da allevamenti offshore. Il dato, per quanto numericamente contenuto in termini percentuali, ha rappresentato la svolta investigativa, confermando che il veicolo iniziale del contagio era riconducibile alla contaminazione dei prodotti ittici locali, verosimilmente legata a sversamenti o a criticità nella qualità delle acque di allevamento.

Alessandro Perrella, direttore dell’unità di Malattie infettive emergenti ad alta contagiosità del Cotugno di Napoli, ha inquadrato il fenomeno in una cornice più ampia, ricordando che «l’aumento dei casi osservato nelle ultime settimane a Napoli si inserisce in una tendenza epidemiologica già in crescita da alcuni anni a livello nazionale ed europeo in tutto il bacino del Mediterraneo». Quello che era un trend di fondo, però, ha subito un’accelerazione improvvisa. La trasmissione, una volta innescata dal consumo di frutti di mare contaminati, ha poi trovato terreno fertile nel meccanismo tipico di questa patologia, quello oro-fecale, che consente al virus di propagarsi da uomo a uomo se vengono meno le condizioni igieniche di base. È per questo che i controlli, partiti dai centri di depurazione dei molluschi, si stanno ora estendendo ai vegetali: il rischio, come sottolinea lo stesso Iovane, è che il contagio si mantenga attraverso la filiera alimentare parallela, dove frutta e verdura non lavata accuratamente possono fungere da veicolo secondario.

Istruzioni di sopravvivenza: perché l’igiene batte la pentola a pressione

Di fronte a un virus che non richiede un ospite intermedio per diffondersi, la prevenzione torna a essere una questione quasi arcaica, legata a gesti quotidiani che spesso si danno per scontati. L’epatite A, a differenza di altre forme virali epatiche, non diventa cronica ma la sua capacità di mettere fuori gioco per settimane un adulto altrimenti sano non va sottovalutata. Il consiglio degli infettivologi è netto: massima attenzione all’igiene delle mani, soprattutto dopo aver utilizzato i servizi igienici o prima di manipolare cibi, ma anche un approccio metodico alla preparazione degli alimenti. I mitili, che in questo caso sono stati i principali indiziati, necessitano di una cottura che spesso la tradizione culinaria locale non prevede adeguata; la semplice “spadellata” o l’apertura della valva non sono sufficienti a garantire l’inattivazione del virus. Serve una temperatura che solo la pentola a pressione, o una prolungata esposizione al calore, può garantire in modo uniforme, neutralizzando la carica virale che potrebbe essere presente nei liquidi interni.

I controlli delle autorità sanitarie, nel frattempo, si sono concentrati sulla mappatura delle aree di pesca vietate e sulla verifica dei processi di depurazione. La scoperta dei focolai negli allevamenti flegrei ha imposto un giro di vite, ma la natura stessa del virus – resistente nell’ambiente e capace di persistere a lungo in acqua e su superfici – impone una sorveglianza che non può limitarsi ai soli molluschi. La patologia, definita orofecale, si comporta come una spia della salubrità complessiva del territorio; dove il ciclo delle acque e le pratiche igieniche mostrano falle, l’HAV trova il modo di riemergere anche dopo anni di bassa incidenza. Per questo gli istituti di ricerca stanno ampliando i campionamenti anche a ortaggi e frutti, spesso consumati crudi, per verificare che la filiera non sia stata contaminata in modo crociato.

Un’infezione che cambia geografia e cambia abitudini

L’aspetto più rilevante di questa ondata di contagi, al di là del numero dei casi – circa 180 dall’inizio dell’anno – è la sua capacità di rompere gli schemi epidemiologici consolidati. Fino al 2023, infatti, il profilo del paziente tipo con epatite A in Italia era quello di un viaggiatore di ritorno da Paesi endemici, di un consumatore abituale di pesce crudo o di soggetti appartenenti a categorie a rischio come gli uomini che hanno rapporti sessuali con altri uomini. In Campania, invece, il contagio sembra aver assunto i tratti di un’infezione comunitaria legata al consumo di prodotti ittici locali non sufficientemente cotti, un’abitudine radicata nella cultura gastronomica regionale. Questo ha reso più difficile l’individuazione immediata della fonte, perché i casi si sono distribuiti in modo apparentemente casuale sul territorio, finché le indagini dei servizi veterinari e dell’istituto zooprofilattico non hanno fornito il nesso causale con le aree di pesca dei Campi Flegrei.

I presidi ospedalieri come il Cotugno di Napoli, storicamente punto di riferimento per le malattie infettive, hanno gestito la maggior parte dei ricoveri più complessi, sebbene la maggior parte dei casi si risolva con sintomi che vanno dall’ittero alla febbre fino alla nausea, senza necessità di ospedalizzazione prolungata. Tuttavia, la rapidità con cui si è diffuso l’allarme ha spinto le autorità locali a potenziare le attività di informazione, puntando a spezzare la catena di trasmissione prima che il virus consolidi una circolazione endemica su larga scala. Il rischio, in un territorio ad alta densità abitativa come l’area metropolitana di Napoli e Caserta, è che una volta introdotto, il virus possa mantenersi in circolazione per mesi, alimentato da quei casi asintomatici o paucisintomatici che continuano a eliminare l’agente patogeno senza che il soggetto ne sia consapevole.

La ricerca delle tracce virali tra mitili e vegetali

L’attività dell’Istituto Zooprofilattico si è trasformata in queste settimane in una sorta di caccia al tesoro molecolare, dove l’obiettivo è intercettare il virus prima che arrivi sulle tavole. I dati dei campionamenti, seppur limitati agli otto focolai iniziali, hanno rappresentato la chiave di lettura per orientare i provvedimenti di chiusura delle aree di pesca più critiche. Ma come spiega lo stesso Iovane, il lavoro non si ferma ai molluschi. L’epatite A, trasmettendosi per via oro-fecale, ha nell’acqua e nella terra i suoi serbatoi principali; frutta e verdura irrigate con acqua contaminata, o manipolate da mani infette, rappresentano un capitolo ancora tutto da scrivere nella mappatura dei rischi. Per questo i controlli si stanno estendendo ai vegetali, con l’obiettivo di capire se la contaminazione sia rimasta circoscritta al comparto ittico o se abbia già interessato altri segmenti della filiera alimentare.

Parallelamente, gli infettivologi ricordano l’efficacia del vaccino, che rappresenta la difesa più solida per i soggetti esposti professionalmente o per chi vive in aree a elevata circolazione virale. Tuttavia, la campagna vaccinale non può essere l’unica risposta in una fase di epidemia attiva; è la tempestività nell’interrompere le vie di trasmissione ambientale e alimentare a fare la differenza. La sfida, per le autorità sanitarie della Campania, è trasformare un’emergenza epidemiologica in un’opportunità per innalzare stabilmente gli standard di sicurezza alimentare e di igiene collettiva, affinché episodi come questo – con un virus che dalla costa risale verso l’interno seguendo le abitudini di consumo – non debbano ripetersi con la stessa intensità.

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