Epatite A, il monito di Lopalco e la difesa della Puglia tra i focolai campani

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Salute Redazione Salute   -   L’epidemia di epatite A che sta interessando la Campania, con un’escalation di contagi che ha messo in tensione il sistema sanitario regionale, ha inevitabilmente acceso i riflettori anche oltre i confini della regione. A fare chiarezza, in particolare per i cittadini pugliesi, è intervenuto l’epidemiologo Pier Luigi Lopalco, il quale ha voluto tracciare un netto distinguo tra la situazione clinica attuale e quella storica della sua regione. La preoccupazione, alimentata dalla diffusione del virus nei frutti di mare e dai numerosi ricoveri – si contano ormai centinaia di casi sintomatici in Campania -1 – trova in Puglia una barriera che Lopalco descrive come solida e costruita nel tempo: la campagna vaccinale avviata nel lontano 1998, un’iniziativa che all’epoca andava controcorrente ma che oggi garantisce una copertura diffusa tra i giovani adulti pugliesi. La matematica dei virus, sottolinea l’epidemiologo, è inesorabile: se il virus circola e i sistemi di depurazione faticano a contenerlo, finisce inevitabilmente in mare, accumulandosi nei mitili che sono formidoli filtratori -1; ma se la popolazione è immune, quel rischio si traduce in una minaccia decisamente attenuata.

I focolai e la pressione sugli ospedali campani

Nel frattempo, il quadro epidemiologico in Campania si fa sempre più complesso. Le autorità sanitarie, dopo aver riscontrato il virus in diversi campioni ittici, hanno dovuto fare i conti con un’impennata di casi che ha messo a dura prova le strutture ospedaliere, in particolare il Cotugno di Napoli, centro di riferimento per le malattie infettive. Qui, la situazione è apparsa subito anomala rispetto agli standard stagionali: se solitamente a marzo i numeri tendono a ridursi dopo il picco natalizio, quest’anno si è invece registrata una serie di pazienti gravi, con decine di ricoveri che hanno saturato i reparti, costringendo i medici a utilizzare le barelle in pronto soccorso. A destare maggiore preoccupazione è stata la trasversalità dei contagi, che hanno colpito fasce d’età comprese tra i 14 e i 60 anni, dimostrando come il virus – che si trasmette principalmente per via oro-fecale – trovi terreno fertile in assenza di adeguate coperture vaccinali o di rigide misure igieniche. Non lontano dal capoluogo campano, l’allarme si è esteso anche alla provincia di Latina, dove sono stati confermati 24 casi e sei ricoveri in condizioni stabili, spingendo le autorità a rafforzare i controlli sui ristoranti e sugli alimenti, con un focus particolare sul pesce crudo.

I controlli sulla filiera e il disagio dei pescivendoli

La risposta istituzionale all’emergenza non si è fatta attendere, sebbene abbia generato contraccolpi economici non indifferenti. L’ordinanza del sindaco di Napoli, che vieta il consumo di frutti di mare crudi in tutti gli esercizi pubblici, ha trovato applicazione in decine di Comuni campani, innescando una reazione a catena lungo la filiera ittica. I pescivendoli, come emerso da più parti, denunciano un crollo verticale delle vendite con i negozi semivuoti, lamentando quella che definiscono una situazione disastrosa per il loro settore. La misura, sebbene considerata inevitabile per arginare la diffusione del virus, ha messo in luce la vulnerabilità di un comparto legato a doppio filo con le tradizioni gastronomiche locali, soprattutto in prossimità di appuntamenti come la Pasqua, quando il consumo di molluschi diventa centrale. I controlli, intanto, si sono intensificati non solo nei locali pubblici, ma anche nei mercati ittici e lungo le catene di distribuzione, per accertare la tracciabilità del prodotto e prevenire l’arrivo di lotti contaminati.

Le modalità di contagio e il ruolo della vaccinazione

L’analisi degli esperti, nel delineare le cause del focolaio, ha contribuito a sfatare alcuni luoghi comuni legati al consumo di pesce crudo. Lopalco stesso ha voluto precisare che, sebbene i mitili possano essere un veicolo di trasmissione, non sono gli unici colpevoli. Il lungo periodo di incubazione del virus, che può arrivare a settimane, e la presenza di portatori sani – soprattutto tra i bambini, dove l’infezione è asintomatica fino al 90% dei casi – aumentano esponenzialmente la probabilità di una trasmissione persona-persona. Il mancato rispetto delle norme igieniche, come il lavaggio delle mani, così come la contaminazione incrociata di altri alimenti – dalle verdure non lavate ai frutti di bosco surgelati – rappresentano fattori di rischio concreti. In questo scenario, gli specialisti delle malattie infettive ribadiscono con forza che l’unico strumento realmente efficace per prevenire la malattia rimane il vaccino: un’arma sicura ed efficace, che in Italia non è obbligatoria per la popolazione generale, ma che si rivela fondamentale per i contatti stretti dei malati e per le categorie esposte. La lezione della Puglia, dove la vaccinazione di massa ha di fatto azzerato le epidemie per decenni, sembra rappresentare in queste ore un modello tanto semplice quanto illuminante.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.