Epatite A, focolai nel Lazio e in Campania: indagini epidemiologiche in corso tra Calabria e Veneto

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Redazione Salute Redazione Salute   -   L’allarme, per quanto circoscritto, si allarga lungo la penisola: mentre in Calabria, nell’area compresa tra Catanzaro e Cosenza, si registra un incremento dei ricoveri per epatite A, tutti al momento sotto osservazione clinica e per la maggior parte privi di complicanze gravi, le autorità sanitarie hanno avviato indagini epidemiologiche per risalire con precisione all’origine dei contagi. I frutti di mare crudi o poco cotti, veicolo storico del virus, sono considerati il principale sospettato anche in questa circostanza, sebbene gli accertamenti in corso puntino a ricostruire la filiera di approvvigionamento e le eventuali criticità igienico-sanitarie nei bacini di allevamento.

Dalla Campania al Lazio, il virus viaggia con le cozze

Il quadro epidemiologico si fa più articolato man mano che si allargano le maglie del monitoraggio. A Roma, dove i casi confermati hanno raggiunto quota cinquanta, si aggiungono i settanta registrati in provincia di Latina, portando il bilancio complessivo nella regione Lazio a centoventi infezioni accertate, secondo l’aggiornamento diffuso oggi, mercoledì 25 marzo 2026, dalla Regione. Le indagini, condotte incrociando le anamnesi alimentari dei pazienti, hanno ricondotto il focolaio laziale a una partita di molluschi contaminati provenienti dalla Campania; lì, già a gennaio, le intense piogge avevano causato rimescolamenti nei fondali marini, favorendo la diffusione del virus HAV attraverso la contaminazione degli allevamenti da parte di scarichi fognari.

Numeri in crescita negli ospedali campani

In Campania il focolaio appare più strutturato: all’ospedale Cotugno di Napoli si contano settantatré ricoverati nel solo mese di marzo, con cinque pazienti ancora in attesa di un posto letto in pronto soccorso. Le autorità locali – con il coordinamento tra forze dell’ordine, Asl e Dipartimento Salute – hanno intensificato le attività di monitoraggio, avviato una campagna vaccinale mirata e disposto controlli capillari sulla commercializzazione dei prodotti ittici. Il contagio ha interessato anche la provincia di Caserta, dove il picco si è registrato a Sessa Aurunca con oltre cinquanta casi, e l’area salernitana, che conta circa venticinque infezioni; a Sala Consilina, nei giorni scorsi, sono state imposte restrizioni nelle mense scolastiche, con la sospensione del consumo di frutta fresca per gli studenti come misura precauzionale.

Un caso isolato in Veneto, il monitoraggio resta alto

La tracciabilità del virus non si ferma ai confini regionali. L’Usl 6 Euganea ha segnalato un caso di epatite A a Padova, il trentottesimo registrato tra città e provincia dal 2020 a oggi. L’infezione riguarda un turista rientrato in Veneto dopo un soggiorno a Napoli, dove aveva consumato frutti di mare. Pur trattandosi di un episodio circoscritto, l’attenzione rimane alta: il nesso epidemiologico con il focolaio campano conferma la capillarità del fenomeno e la necessità di mantenere attive le procedure di sorveglianza sanitaria anche in aree lontane dai focolai principali.

Indagini a tappeto per risalire alla fonte

L’approccio delle autorità sanitarie si concentra sull’identificazione della fonte comune dei contagi. In Calabria l’indagine epidemiologica è stata avviata per verificare eventuali collegamenti con le partite di molluschi già sotto sequestro in altre regioni o per individuare circuiti di distribuzione autonomi. La correlazione con i prodotti ittici crudi, suffragata dall’esperienza di precedenti epidemie, rappresenta il filo conduttore che unisce i diversi cluster sparsi tra Campania, Lazio, Calabria e, marginalmente, Veneto. I ricoveri, pur in aumento, non presentano al momento criticità tali da mettere in crisi la capacità di risposta delle strutture ospedaliere, ma il costante incremento dei numeri tiene alta la soglia di allerta.

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