Le cozze di Taranto e la secessione dall’allarme epatite: filiera sotto scacco tra controlli e psicosi nazionale

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Mentre il focolaio di epatite A, registrato con particolare virulenza a Napoli e con propaggini in diverse regioni italiane, riaccende i riflettori sulla sicurezza della filiera ittica, dal comparto della mitilicoltura tarantina arriva un netto tentativo di demarcazione. Otto associazioni sindacali e datoriali, riunite in un’azione corale senza precedenti, hanno diffuso un comunicato stampa con l’intento di operare una cesura netta tra il clamore mediatico generato dai casi di contagio – che hanno portato all’emanazione di ordinanze contingibili e urgenti in territori come quello del Comune di Quarto, in provincia di Napoli, dove è stato vietato persino il consumo di frutti di mare crudi nei pubblici esercizi -7 – e la realtà produttiva del Mar Piccolo. L’obiettivo dichiarato, come si evince dal documento firmato da sigle che vanno da Coldiretti Settore Pesca a Flai Cgil, passando per LegaCoop e Unci Agroalimentare, è quello di fare chiarezza su quelle che vengono definite notizie distorte, per tutelare non solo gli operatori ma anche un consumatore sempre più esposto a messaggi allarmanti spesso privi di contestualizzazione geografica.

A intervenire in prima linea è Luciano Carriero, presidente dei mitilicoltori di Confcommercio Taranto, il quale rivendica per il prodotto locale un regime di controllo che definisce, con una punta di orgoglio tecnico, tra i più stringenti al mondo. Le sue argomentazioni, che trovano riscontro nei dati operativi forniti dalle autorità sanitarie, si basano su un principio di fondo: la costanza dei monitoraggi. A differenza di quanto accaduto in altre aree costiere dove le abbondanti piogge invernali e le conseguenti esondazioni – ipotesi avanzata anche dalla Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali (Simit) come possibile causa della contaminazione fecale nei bacini -8 – hanno compromesso la salubrità dei mitili, Taranto si regge su un sistema di analisi capillari eseguiti da ASL e ARPA Puglia. Questi enti, secondo quanto riportato nel comunicato, garantirebbero non solo la salubrità delle acque del primo seno del Mar Piccolo, ma anche la trasparenza assoluta delle verifiche, rendendo di fatto la cozza locale un’eccezione nel panorama nazionale di questa emergenza sanitaria.

L’allarme, tuttavia, non si ferma ai confini campani. La Puglia stessa è stata inclusa nelle aree di attenzione, con i Servizi Veterinari della ASL Lecce che hanno prontamente intensificato le attività di sorveglianza lungo l’intera filiera dei prodotti ittici. In questo contesto, il territorio salentino ha visto un rafforzamento delle misure di prevenzione, con un’attenzione particolare ai controlli nei centri di spedizione e nei mercati ittici per arginare il rischio di trasmissione oro-fecale del virus, un meccanismo infettivo che trova nei molluschi bivalvi – filtratori naturali dell’ambiente acquatico – uno dei veicoli più efficaci. È in questo quadro di tensione che si inserisce la precisazione del comparto tarantino: la stagionalità gioca un ruolo non secondario. Le organizzazioni sindacali fanno presente, infatti, che la cozza autoctona non si trova ancora nella piena fase di commercializzazione, rendendo tecnicamente improprio – a loro dire – qualsiasi accostamento tra la produzione locale e i focolai di epatite registrati altrove.

A complicare ulteriormente la percezione di sicurezza, tuttavia, non è solo l’emergenza epidemiologica virale, ma anche il peso di un passato recente che ancora grava sulla reputazione del settore. Se oggi i produttori di Taranto rivendicano la sicurezza del loro prodotto grazie ai controlli, non si può ignorare che proprio il Mar Piccolo è stato teatro, nel corso del 2025, di un’inchiesta giudiziaria di vaste proporzioni. La procura di Taranto ha chiesto il rinvio a giudizio per diciotto persone tra allevatori, commercianti e ristoratori, accusati di aver messo in commercio mitili allevati in aree interdette – segnatamente il primo seno – dove la presenza di diossina e PCB, legata alle emissioni dell’ex ILVA, rappresenta una criticità storica. In quella vicenda, le accuse contestate, che vanno dall’associazione a delinquere alla frode in commercio, hanno delineato il quadro di un sistema che avrebbe aggirato le ordinanze di divieto per immettere sul mercato prodotto privo di etichettatura e tracciabilità, determinando un pericolo concreto per la salute pubblica. La memoria di questi fatti, sebbene appartenga a un capitolo giudiziario separato dall’attuale allarme epatite, alimenta la cautela dei consumatori e rende ancor più delicato il lavoro di comunicazione delle associazioni.

In mezzo a questa tensione tra dati sanitari e percezione del rischio, emergono anche i falsi miti legati al consumo del prodotto, che gli specialisti in malattie infettive si trovano costantemente a dover sfatare. La convinzione diffusa, e pericolosa, che una spruzzata di limone sulle cozze crude possa neutralizzare virus o batteri – un luogo comune quanto radicato quanto fatale – continua a rappresentare una delle principali cause di esposizione al contagio. Le linee guida diffuse dalle ASL, come quelle di Lecce o quelle recepite dalle ordinanze dei comuni flegrei, ribadiscono con chiarezza che l’unica misura efficace per interrompere la catena del contagio è la cottura prolungata ad alte temperature, capace di inattivare il virus dell’epatite A che, al contrario dei batteri, resiste anche alle semplici acidificazioni. La filiera tarantina, nel rivendicare la qualità certificata dai controlli istituzionali, cerca di costruire un argine a questa psicosi, ma il messaggio che arriva dalle autorità sanitarie resta univoco: la provenienza certificata e la tracciabilità sono requisiti indispensabili, così come l’acquisto esclusivamente presso rivenditori autorizzati, per scongiurare i rischi legati a un mercato parallelo che sfugge a qualsiasi forma di vigilanza.

I controlli della ASL Lecce e la geografia del contagio

L’intensificazione delle attività da parte dei Servizi Veterinari della ASL Lecce rappresenta il fronte più avanzato della prevenzione nel territorio pugliese. In un momento in cui la Regione Campania ha registrato un’impennata di casi – con numeri che hanno toccato quota 176 in tutto il territorio regionale e situazioni particolarmente critiche in ASL come Napoli 2 Nord, dove l’incremento è stato di dieci volte rispetto alla media decennale – il Salento si muove in una logica di contenimento preventivo. I controlli non si limitano alla verifica della documentazione nei centri di spedizione, ma si estendono al campionamento delle acque e al monitoraggio della catena del freddo, elementi cruciali per impedire che eventuali partite contaminate raggiungano le tavole. La trasmissione oro-fecale, che caratterizza il virus HAV, rende infatti fondamentale interrompere il circuito che va dall’ambiente acquatico al consumatore finale, un circuito dove i molluschi bivalvi, per la loro stessa natura biologica di filtratori, rappresentano un possibile concentratore di agenti patogeni.

La scienza della cottura e i rischi della tradizione

Il dibattito sulla sicurezza alimentare, in questi giorni di allerta, si scontra inevitabilmente con le abitudini gastronomiche nazionali, dove il consumo di frutti di mare crudi rappresenta una tradizione consolidata. Gli infettivologi della Simit hanno ricordato come il focolaio campano possa essere strettamente correlato ai fenomeni meteorologici estremi – piogge intense che hanno causato esondazioni e il riversamento in mare di acque contaminate – ma hanno anche sottolineato come non basti evitare il ristorante per essere al sicuro. La manipolazione domestica degli alimenti gioca un ruolo cruciale: la contaminazione crociata tra superfici, la conservazione inadeguata e, soprattutto, la sottovalutazione dei tempi di cottura sono errori ricorrenti. L’indicazione tecnica, ribadita dagli ordini professionali dei veterinari, è chiara: per inattivare il virus dell’epatite A è necessario che i molluschi raggiungano una temperatura minima di 90 gradi per almeno cinque minuti, un parametro che va ben oltre il semplice “schiudersi” delle valve in padella. La sicurezza, insomma, non è un optional estetico ma una questione di disciplina termica.

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