Napoli, la paura dell’epatite A svuota i banchi dei pescivendoli a pochi giorni dalla zuppa di giovedì santo
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Redazione Salute
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Nel cuore dei mercati napoletani, specialmente tra i vicoli della Pignasecca o nelle pescherie dell’area flegrea, basta entrare in negozio per accorgersi di un’atmosfera inusuale per il periodo: non c’è da aspettare il proprio turno, perché i clienti, in questo momento cruciale che precede la Pasqua, si contano ormai sulla punta delle dita. Non si tratta soltanto di un calo circoscritto ai frutti di mare, ma l’onda d’urto dell’epidemia di epatite A – sebbene i dati clinici mostrino una fase calante – si è riversata trasversalmente su tutto il comparto ittico: salmoni, alici, orate e spigole restano inerti sui banconi di ghiaccio, mentre i rivenditori alzano le spalle descrivendo una situazione in cui, come sottolineano a più voci, "non si sta vendendo praticamente niente". La preoccupazione maggiore, in questi giorni di attesa che dovrebbero essere di massima richiesta, è che l’associazione mentale tra il virus e il prodotto ittico sia ormai così radicata da aver paralizzato un intero settore, gettando nell’incertezza decine di famiglie che vivono della filiera della pesca e della commercializzazione.
Una crisi che non risparmia la tradizione e accende la protesta dei commercianti
L’ordinanza firmata dal sindaco Gaetano Manfredi – che, come altre simili adottate dai primi cittadini dei comuni limitrofi, vieta il consumo di frutti di mare crudi per fronteggiare l’escalation dei contagi – ha avuto l’effetto immediato di prosciugare gli incassi, spingendo circa un centinaio di pescivendoli a radunarsi davanti a Palazzo San Giacomo per chiedere un confronto e una comunicazione meno generalizzata. La protesta, culminata nei giorni scorsi, nasce da una duplice urgenza: da un lato, gli operatori denunciano che l’allarme, pur comprensibile, si è tradotto in un crollo verticale della domanda proprio mentre ci si prepara al Giovedì Santo, giornata in cui la tradizione partenopea impone la consumazione della zuppa di cozze; dall’altro, contestano il fatto che, a loro dire, si parli di epatite A mostrando immagini di cozze, creando un nesso di causalità che rischia di rivelarsi ingiusto e dannoso per un comparto altamente controllato. Come raccontano i rivenditori, il timore è quello di rivivere il clima di sfiducia dei tempi del colera, quando per invogliare i clienti a tornare si era costretti a regalare i frutti di mare, un paragone che restituisce la gravità del momento.
Numeri in calo nelle strutture sanitarie ma pressione alta sulla filiera
Mentre nei nosocomi, come riferito dal responsabile del pronto soccorso del Cotugno Vincenzo Di Sarno al termine di una riunione con i vertici delle Malattie Infettive, si registra una fase calante dell’epidemia – un miglioramento attribuito alla risposta dei cittadini e ai provvedimenti adottati – la situazione sul versante economico resta critica, soprattutto nei territori flegrei e nei comuni dell’hinterland. In una riunione tenutasi nel salone delle Muse della prefettura di Napoli, presieduta dal prefetto Michele Di Bari, sono stati analizzati i dati alla luce della flessione dei nuovi accessi al pronto soccorso, ma anche delle persistenti difficoltà del settore ittico. I dati emersi sul territorio confermano il quadro di una regione che, pur vedendo diminuire i ricoveri (da 30 a 29 nel Casertano, dove il totale dei casi si attesta a 64), mantiene alta l’attenzione sull’origine dei contagi, con le autorità sanitarie che continuano a sollecitare prudenza e a ribadire l’importanza delle norme igieniche.
L’appello dei produttori: "Filiera tracciata, attenzione agli abusivi"
In questo clima di sospetto generalizzato, sono gli stessi allevatori a scendere in campo per provare a distinguere tra un settore regolare e le possibili falle del sistema. Il presidente di Asso Mitili, Giuseppe Ambrosio, nel ribadire che le strutture di produzione sono costantemente monitorate dalle Asl competenti, ha sottolineato come l’intera filiera certificata sia "cartellonata", quindi tracciabile dal luogo di coltivazione a quello di depurazione, e ha lanciato un allarme specifico sul fenomeno dell’abusivismo, che secondo una stima rappresenterebbe circa il 25% del mercato. I produttori, che hanno campi di allevamento che si estendono da Castellammare di Stabia a Castel Volturno per una produzione complessiva di circa 5 mila quintali, hanno chiesto alle istituzioni di puntare i riflettori sulle vendite irregolari e sul commercio di prodotto privo di certificazioni, auspicando al contempo campagne informative che invitino i cittadini ad acquistare solo da rivenditori autorizzati e a consumare il pesce rigorosamente cotto. Un appello, questo, che mira a salvare il salvabile per la Pasqua, tentando di arginare un danno economico che, in mancanza di chiarezza, rischia di compromettere un patrimonio di tradizione e lavoro.




