L’epatite A non molla la presa: ricoveri in crescita a Napoli e nuovi focolai nel Lazio tra divieti e la protesta dei pescivendoli
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Redazione Salute
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L’onda lunga dell’epidemia di epatite A che sta interessando il Mezzogiorno non accenna a fermarsi, anzi, allarga la sua morsa. A Napoli, dove il focolaio ha avuto l’impatto più visibile, la situazione negli ospedali registra un aggravamento: secondo gli ultimi aggiornamenti dell’azienda ospedaliera dei Colli, i ricoverati nell’ospedale Cotugno – il centro di riferimento per le malattie infettive del capoluogo campano – hanno superato quota settanta, toccando quota settantotto tra i reparti di degenza ordinaria e il pronto soccorso, sebbene i clinici escludano per ora criticità assistenziali gravi o condizioni di particolare allarme per i singoli pazienti. È il segnale, questo, di una diffusione virale che sta mettendo a dura prova il sistema sanitario locale, costringendo le autorità a ricalibrare costantemente il monitoraggio dei posti letto per far fronte a un afflusso che, nei giorni scorsi, aveva già fatto registrare un’impennata dieci volte superiore alla media dell’ultimo decennio nella sola area dell’Asl Napoli 1 Centro.
La mappa dei contagi, però, non si ferma ai confini della Campania. L’allarme si è esteso a macchia d’olio fino a raggiungere il basso Lazio, dove la provincia di Latina è diventata il nuovo fronte caldo dell’epidemia. L’Asl locale ha ufficializzato un bilancio che conta ventiquattro segnalazioni distribuite in un arco territoriale vastissimo – che va da Aprilia a Terracina, toccando Fondi, Formia e Sabaudia – e sei ricoveri, tutti attualmente in condizioni stabili e ospitati nei reparti ordinari dell’ospedale Goretti. Di fronte a questa progressione, la macchina della prevenzione si è messa in moto con la creazione di una task force multidisciplinare che coinvolge il dipartimento di Prevenzione, i servizi di igiene degli alimenti e le malattie infettive, mentre nelle scuole e negli studi dei medici di base vengono diramate istruzioni severe sull’igiene delle mani e sul rischio legato al consumo di cibi crudi.
La stretta dei sindaci e la rivolta dei mercati ittici
A scatenare la reazione più accesa, però, è stata la risposta amministrativa al dilagare del virus. Il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, ha firmato un’ordinanza che impone il divieto assoluto di somministrazione e consumo di frutti di mare crudi in tutti gli esercizi pubblici del territorio – dalle grandi strutture ristorative ai locali di vicinato – con una scala di sanzioni che può arrivare fino a ventimila euro per i trasgressori, inclusa la sospensione della licenza in caso di recidiva. Una decisione, questa, dettata dalla necessità di interrompere la catena del contagio vista la natura dei molluschi bivalvi, veri e propri “concentratori” di agenti patogeni che, filtrando l’acqua, trattengono il virus al loro interno rendendo inefficace la semplice apertura del guscio se non supportata da una cottura prolungata e profonda.
È proprio questa ordinanza, però, a far deflagrare il malcontento di un’intera categoria. Un centinaio di titolari di pescherie, provenienti da tutta la provincia, si sono radunati in piazza San Giacomo, davanti al municipio, per protestare contro quella che ritengono una misura punitiva e affrettata. I rivenditori, che hanno visto crollare le vendite e il fatturato dimezzarsi già nei giorni precedenti le festività pasquali – periodo tradizionalmente cruciale per il settore – contestano l’assenza di certezze scientifiche alla base del provvedimento e denunciano una “campagna denigratoria” alimentata dal tam tam di false notizie sui social, che sta rischiando di mettere in ginocchio centinaia di famiglie che vivono del commercio ittico. “Ci state rovinando”, è stato il grido raccolto dalla delegazione che ha incontrato l’assessore al Turismo Teresa Armato, la quale ha ribadito la priorità della salute pubblica ma garantito il massimo sostegno alla categoria in vista delle festività.
Un’epidemia che si allarga e la risposta della prevenzione
Mentre i pescivendoli manifestano e i numeri dei ricoveri oscillano, la comunità scientifica insiste sulla necessità di non abbassare la guardia. L’infettivologo Matteo Bassetti, in un intervento social, ha rilanciato il messaggio che sta diventando il mantra di questa emergenza sanitaria: evitare il consumo di frutti di mare crudi o poco cotti è la prima barriera, ma altrettanto decisiva è la copertura vaccinale, specialmente per le persone più esposte o con fragilità. Le ipotesi sulle cause della contaminazione, avanzate anche dalla Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali (Simit), suggeriscono un possibile legame tra le intense piogge invernali, le esondazioni e la conseguente contaminazione fecale di alcune aree marine, che avrebbero veicolato il virus nei lotti di molluschi.
Nel frattempo, le iniziative di controllo si moltiplicano. A Napoli i carabinieri del Nas hanno avviato ispezioni capillari nei ristoranti e nei mercatini, anche quelli abusivi, per verificare la tracciabilità dei prodotti ittici e degli ortaggi, con particolare attenzione al sommerso che, secondo gli allevatori riuniti in consorzio, detiene quote di mercato non trascurabili nella regione. Il fronte della prevenzione si estende anche al mondo della scuola e della medicina territoriale, mentre in provincia di Latina si valuta l’attivazione di un piano straordinario di monitoraggio degli allevamenti di molluschi per rafforzare la sorveglianza lungo tutta la filiera, in un tentativo di arginare la diffusione del virus prima che possa attecchire ulteriormente.




