Napoli, allarme epatite A: crescono i contagi e scatta il divieto per i frutti di mare crudi, la protesta dei pescivendoli e l’estensione del focolaio a Latina

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Redazione Salute Redazione Salute   -   I numeri diffusi dalla Direzione dell’Azienda Ospedaliera dei Colli, e in particolare dal reparto malattie infettive del Cotugno, restituiscono il quadro di una situazione sanitaria in lenta ma costante evoluzione: al momento sono settanta i pazienti ricoverati nei reparti di degenza, cui si aggiungono otto presenze in pronto soccorso, un dato che segna una leggera flessione rispetto ai picchi precedenti ma che conferma la pressione sulla struttura specializzata campana. Le condizioni cliniche, va detto, non presentano aspetti di particolare criticità, con la gran parte dei contagiati in regime di ricovero ordinario e senza il profilarsi di quadri di insufficienza epatica grave al momento segnalati dalla direzione ospedaliera. È proprio nel monitoraggio costante, istituito dall’Azienda per adeguare la disponibilità dei posti letto, che si gioca la capacità di risposta del sistema, al momento ritenuta adeguata rispetto all’afflusso.

A fronte di questa progressione epidemiologica, il sindaco Gaetano Manfredi ha firmato un’ordinanza contingibile e urgente che ha immediatamente cambiato le abitudini della ristorazione partenopea: il divieto assoluto di somministrazione e consumo di frutti di mare crudi in tutti gli esercizi pubblici, inclusi i locali di vicinato con consumo sul posto e le attività di produzione per consumo immediato, è stato imposto per interrompere la catena del contagio. Le sanzioni per i trasgressori, un aspetto che ha acceso il dibattito tra le categorie economiche, vanno da un minimo di duemila a un massimo di ventimila euro, con la recidiva che può portare alla sospensione dell’attività da uno a trenta giorni fino alla revoca definitiva del Titolo autorizzativo. Le raccomandazioni ai cittadini – quelle di evitare il consumo di molluschi crudi anche tra le mura domestiche e di prestare attenzione al lavaggio di frutta e verdura – sono state ribadite con forza, sottolineando come la cottura sia l’unica misura efficace per inattivare il virus.

Le ragioni della protesta e i controlli dei carabinieri

Il provvedimento, seppure dettato da evidenti esigenze di salute pubblica, ha generato un’ondata di malcontento tra gli operatori ittici, un centinaio dei quali si è radunato davanti a Palazzo San Giacomo per manifestare il proprio dissenso. A sorreggere la protesta c’è la denuncia di un crollo verticale delle vendite, definito dagli stessi operatori “drammatico” in un periodo – quello pasquale – tradizionalmente cruciale per il fatturato del settore. I pescivendoli lamentano che l’ordinanza, nell’accompagnarsi a quelle che definiscono “campagne denigratorie” e alla circolazione di “false notizie” su internet, rischia di mettere in strada centinaia di famiglie, rovinando un comparto che non avrebbe avuto alcuna responsabilità diretta nella diffusione del contagio. Una delegazione è stata ricevuta dall’assessore al Turismo e alle Attività Produttive, Teresa Armato, insieme con gli assessori alla Salute e alla Polizia Locale, Vincenzo Santagada e Antonio De Iesu: l’assessore Armato ha ribadito la piena comprensione delle preoccupazioni, ma ha difeso la scelta come esclusivamente legata alla tutela della salute pubblica, garantendo nel contempo il massimo sostegno alla categoria in vista delle prossime festività.

Mentre le acque della politica locale si agitano, sul fronte dei controlli si muovono i carabinieri del Nas, coordinati dal comandante Alessandro Cisternino. Ispezioni a tappeto sono partite tra Napoli e provincia, con verifiche mirate non solo nei ristoranti e nelle pescherie, ma anche nei mercatini “anonimi”, proprio per accertare la tracciabilità e la corretta conservazione dei prodotti ittici. I campioni prelevati vengono analizzati dall’istituto zooprofilattico di Portici, in un’operazione che ha trovato il plauso degli allevatori riuniti in consorzio: da questi ultimi arriva però una precisazione, e cioè che l’attenzione andrebbe concentrata sul cosiddetto mercato abusivo, un settore che in Campania detiene una fetta stimata del 25 per cento del commercio di cozze, sfuggendo ai controlli della filiera regolare.

L’estensione geografica del focolaio: Latina e le nuove ordinanze

Il quadro epidemiologico, tuttavia, non si esaurisce entro i confini della Campania. L’allarme si è esteso infatti alla provincia di Latina, dove i casi accertati hanno raggiunto quota ventiquattro, distribuiti in un arcipelago di comuni che include Aprilia, Fondi, Formia, Sabaudia, Sermoneta e lo stesso capoluogo pontino, oltre a realtà più piccole come Campodimele, Priverno e Lenola. Sei pazienti risultano ricoverati in reparti ordinari, con condizioni definite stabili dalla Asl locale, che ha immediatamente attivato un piano di contenimento articolato. È stata istituita una task force multidisciplinare, coordinata dalla Direzione Generale e composta dal Dipartimento di Prevenzione, dal Servizio di Igiene e Sanità Pubblica (Sisp), dalla Struttura di Igiene Alimenti di origine animale e dall’Unità Operativa Complessa di Malattie Infettive, in costante coordinamento con il SeReSMI (Servizio Regionale per la sorveglianza delle malattie infettive) e l’Area Promozione Salute e Prevenzione della Regione Lazio.

La risposta delle istituzioni locali non si è fatta attendere. A Sorrento, il commissario straordinario Rosalba Scialla ha firmato un’ordinanza analoga a quella di Napoli, vietando la somministrazione e il consumo di molluschi crudi in ristoranti, attività di vicinato e laboratori alimentari. Anche il commissario straordinario di Avellino, il prefetto Giuliana Perrotta, sta predisponendo un provvedimento simile, mentre i sindaci di Benevento e Forio Ischia hanno già adottato misure restrittive sul proprio territorio. La Asl di Avellino ha segnalato tre casi conclamati in provincia, inviando una nota ai 118 sindaci irpini e all’Ufficio scolastico provinciale con l’invito a rafforzare le misure di prevenzione, inclusa l’igienizzazione accurata delle mani e il consumo di alimenti opportunamente lavati. Il perimetro dell’emergenza si allarga dunque lungo l’asse tirrenico, confermando la natura di focolaio regionale esteso.

La posizione di Legacoop e i consigli dell’infettivologo Bassetti

Nel tentativo di arginare i danni economici collaterali, Legacoop Agroalimentare è intervenuta con una nota per chiedere moderazione, sottolineando come in questa fase sia fondamentale che ogni valutazione venga condotta con il massimo rigore e sulla base di evidenze scientifiche accertate, evitando conclusioni affrettate che possano generare confusione o allarmismi. La cooperativa ha espresso profonda vicinanza alle persone colpite e ai loro familiari, ma ha lanciato un monito chiaro: “No ad allarmismi sul settore ittico, in tanti rischiano il lavoro”, un grido d’allarme che riflette il timore di un tracollo per un intero comparto produttivo.

Sul fronte strettamente sanitario, l’infettivologo Matteo Bassetti è tornato a parlare dell’aumento dei casi attraverso un video pubblicato su Facebook, concentrandosi sulla prevenzione come unico strumento efficace in assenza di una terapia antivirale specifica. Bassetti ha ricordato la necessità di evitare il consumo di frutti di mare crudi o poco cotti, un invito che si accompagna a quello di valutare la vaccinazione, specialmente per i soggetti fragili. I dati parlano chiaro: la produzione di frutti di mare in regione sfiora i cinquemila quintali l’anno, con duemila quintali prodotti dalle ditte riunite in consorzio che danno lavoro a ottanta addetti diretti nella produzione, oltre all’indotto del commercio al dettaglio. Le ispezioni in corso, con i campioni prelevati destinati all’analisi, determineranno se l’origine del focolaio vada ricercata in una contaminazione della filiera autorizzata o, come molti allevatori sostengono, nelle sacche di commercio abusivo che da sempre rappresentano un punto critico per la sicurezza alimentare del territorio.

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