L’epatite frena la zuppa di cozze, locali restano semivuoti a Napoli
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Redazione Salute
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Il Giovedì Santo partenopeo, quest’anno, racconta una storia di rinunce più che di riti. L’immagine delle pescherie prese d’assalto e dei ristoranti stracolmi – quella che per decenni aveva segnato l’avvio delle festività pasquali – cede il passo a un quadro ben diverso: banchi del pesce semideserti, locali con troppi coperti liberi e un piatto simbolo, la zuppa di cozze, finito al centro di un inaspettato ragionamento sanitario. A frenare la tradizione, lo si legge nelle stime raccolte da Confcommercio Napoli, è il timore diffuso legato ai recenti casi di epatite A, un virus che ha trovato nei molluschi bivalvi crudi o poco cotti un veicolo silenzioso ma efficace. Il comparto ittico e dell’acquacoltura ne sente il contraccolpo proprio nel picco storico dei consumi, con un calo netto che riguarda in particolare cozze e vongole.
Il virus HAV e il rischio nascosto nei gusci
Le cozze, va spiegato, possono trasformarsi in un problema serio se consumate senza un’adeguata cottura: la loro natura di filtratori – e qui sta il nodo – le espone a concentrare nel proprio organismo quanto di dannoso è presente nell’acqua, compreso il virus dell’epatite A (HAV). La trasmissione avviene per via fecale-orale, e un mollusco pescato in acque contaminate diventa un veicolo perfetto. Non basta però una semplice lessatura superficiale; l’unica misura realmente efficace, come ribadito dagli esperti, consiste nel raggiungere una temperatura interna di almeno 85-90 gradi per almeno quattro minuti. Un errore comune, invece, è credere che una spruzzata di limone o una marinatura a crudo bastino a “sanificare” il prodotto. Non è così, e l’ordinanza firmata dal sindaco oltre due settimane fa – che ha vietato la somministrazione di frutti di mare crudi nei locali sconsigliandone l’uso domestico – lo ha reso chiaro a tutti.
Ristoranti divisi a metà, il genio dell’arrangiarsi
Secondo le rilevazioni fornite al Mattino, «un ristorante su due sta servendo la zuppa con le cozze classica in queste ore». La metà, grossomodo, ha scelto di non rinunciare al piatto tradizionale, probabilmente cuocendolo con la dovuta attenzione. L’altra metà, invece, ha preferito cambiare rotta: e qui emerge quella che molti definiscono l’antica arte partenopea di arrangiarsi. Nei menu alternativi compaiono così gamberi, freselle, bufala, e altre combinazioni che tentano di salvare il Giovedì Santo senza mettere a rischio la salute dei clienti. «Vince il menu alternativo», dicono alcuni ristoratori, e il risultato è un Giovedì Santo forse più “napulegno” del solito, perché costretto a reinventarsi sotto pressione. Non si tratta di panico, ma di una cautela che ha radici precise: l’aumento dei contagi registrato nel 2025 rispetto all’anno precedente, e una tendenza in ulteriore rialzo nei primi mesi del 2026.
L’allerta degli esperti in vista delle tavole pasquali
I dati parlano chiaro, e arrivano dal sistema di sorveglianza Seieva coordinato dall’Istituto superiore di sanità. L’epatite A – che molti davano per un ricordo del passato – sta tornando a far parlare di sé proprio mentre ci si avvicina alle feste di Pasqua, periodo tradizionalmente votato al consumo di pietanze a base di pesce crudo o poco cotto. L’allerta lanciata dagli esperti non si limita alle cozze: riguarda l’intera categoria dei molluschi bivalvi e, più in generale, i cibi non sottoposti a trattamenti termici adeguati. A tavola, insomma, il rischio non si elimina con l’occhio o con l’esperienza, ma solo con la temperatura. E mentre i locali di Napoli cercano di tamponare il calo di presenze – tra piatti alternativi e ordinanze ancora in vigore – la domanda che molti consumatori si pongono è pratica: come continuare a mangiare frutti di mare senza finire in ospedale. La risposta, per quanto ripetitiva, è l’unica possibile: cuocerli bene, molto bene, e rinunciare senza rimpianti al crudo.




