Napoli, l’inchiesta sulle cozze contaminate e i 60 ricoveri per epatite A: il nodo della filiera ittica
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Redazione Salute
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L’ospedale Cotugno, polo d’eccellenza per le malattie infettive a Napoli, registra al momento 51 persone ricoverate con diagnosi di epatite A, mentre altre 9, giunte in pronto soccorso e sottoposte a screening, sono risultate positive al virus HAV. Numeri che, seppur descritti dai clinici come non riconducibili a un’emergenza epidemica in senso stretto, rappresentano un’impennata significativa rispetto alla media stagionale, tanto da aver attivato i protocolli di sorveglianza straordinaria e da aver richiamato l’attenzione della magistratura. L’età media dei pazienti, che si aggira tra i 30 e i 40 anni, conferma la circolazione del virus tra la popolazione adulta, spesso esposta al consumo di frutti di mare crudi; un dato, questo, che i sanitari del nosocomio hanno evidenziato nel corso degli ultimi punti stampa, sottolineando come quasi la totalità dei contagiati abbia riferito l’assunzione di mitili, ostriche o cozze non sufficientemente cotti.
Proprio l’origine di questi alimenti costituisce il fulcro dell’inchiesta aperta dalla Procura di Napoli, dove i pubblici ministeri ipotizzano, al momento contro ignoti, il reato di commercio di sostanze alimentari pericolose per la salute pubblica. Le indagini, coordinate dal pm Valentina Rametta e condotte dai carabinieri del Nas, si concentrano su una filiera complessa che sembrerebbe aver mescolato prodotto ittico locale con partite importate dall’estero e potenzialmente contaminate. L’ipotesi investigativa, suffragata dai primi sequestri di circa 50 chili di molluschi avvenuti negli ultimi giorni, è che cozze nostrane siano state mischiate ad altre di origine extracomunitaria per essere immesse sul mercato, eludendo così i controlli e alterando la tracciabilità obbligatoria. Non si esclude, inoltre, che possano esserci stati scarichi fognari abusivi lungo il litorale a nord di Napoli, capaci di contaminare le aree di allevamento; un fronte caldo che gli inquirenti stanno verificando attraverso i campioni inviati all’istituto zooprofilattico.
Mentre la magistratura tenta di ricostruire la catena di distribuzione, il quadro epidemiologico si allarga oltre i confini campani, interessando in modo particolare il basso Lazio. L’Istituto superiore di sanità, attraverso il sistema di sorveglianza Seieva, ha certificato che solo nel mese di marzo sono stati registrati 160 casi di infezione a livello nazionale, di cui ben 110 concentrati in Campania. Nel Lazio, la provincia di Latina risulta essere l’area più colpita con 24 casi accertati e sei ricoveri ospedalieri, mentre segnalazioni di focolai minori sono emerse anche in Toscana, dove un caso riscontrato in una scuola di Grosseto ha fatto scattare immediatamente le procedure di prevenzione sanitaria tra alunni e personale. La situazione, secondo quanto dichiarato dal presidente della Regione Lazio, è costantemente monitorata senza che al momento si configurino elementi di criticità assistenziale.
Sul fronte della prevenzione, l’onda lunga dell’emergenza ha prodotto un’inedita mobilitazione nel settore della ristorazione, culminata con il primo summit nella storia della Campania tra l’Asl Napoli 3 Sud e gli operatori del settore ittico e della ristorazione, svoltosi a Massa Lubrense. L’incontro, voluto dall’Associazione Ristoratori Lubrensi e dal sindaco facente funzioni Giovanna Staiano, ha visto i vertici dell’azienda sanitaria e dell’istituto zooprofilattico del Mezzogiorno dettare le nuove linee guida per affrontare la stagione turistica alle porte. Le direttive sono chiare: “Evitare i crudi, tracciabilità dei prodotti e attenzione alla conservazione”. I tecnici hanno ricordato come il semplice gesto della bollitura per almeno quattro o cinque minuti sia sufficiente a inattivare il virus, e come il rispetto delle norme HACCP (analisi dei rischi e controllo dei punti critici) rappresenti l’unico argine contro la diffusione del contagio, che avviene per via oro-fecale, dove le mani sporche e la contaminazione crociata giocano un ruolo determinante.
La reazione di Assoutenti e i risarcimenti per i danneggiati
Non si arresta, intanto, l’eco mediatica e giuridica legata ai riflessi economici del focolaio. L’associazione dei consumatori Assoutenti ha annunciato l’avvio di azioni legali collettive, dichiarandosi pronta a procedere con richieste di risarcimento sia per i cittadini contagiati che per le aziende del settore ittico, le quali stanno subendo ingenti perdite a causa del crollo delle vendite di prodotti ittici [citation:original]. Le pronte azioni risarcitorie si configurano come un tentativo di tutelare due fronti opposti ma ugualmente danneggiati dall’ondata di contaminazione: da un lato i privati che hanno riportato danni alla salute, dall’altro gli operatori commerciali, spesso estranei alla catena di approvvigionamento incriminata, che si trovano a fronteggiare la diffidenza dei consumatori. Nel frattempo, i controlli dei Nas proseguono senza sosta, con analisi a tappeto sui campioni di molluschi sequestrati, mentre l’attenzione resta focalizzata sulla necessità di vaccinare i soggetti esposti, unico strumento di prevenzione radicale assieme alla cottura accurata degli alimenti.




