Il pranzo romano di Conte con l’uomo di Trump che getta nello scompiglio il M5s

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   L’immagine, per certi versi paradossale, è quella di un ex presidente del Consiglio, nonché attuale leader di quel Movimento 5 Stelle che ha costruito gran parte della sua narrativa su un presunto “antitrumpismo” viscerale, seduto a tavola con l’emissario personale del tycoon neoeletto alla Casa Bianca. Eppure, proprio questo è accaduto: Giuseppe Conte ha incontrato Paolo Zampolli, l’imprenditore italo-americano che veste i panni di “inviato speciale” di Donald Trump per l’Italia, con un mandato che spazia fino alla diplomazia sportiva. Una circostanza, quest’ultima, che i vertici pentastellati preferiscono liquidare come un semplice passaggio di cortesia, quasi un incidente di percorso privo di rilevanza politica.

Nel Movimento, però, la tensione è palpabile. Le prime reazioni ufficiali, filtrate attraverso i canali interni, puntano a minimizzare l’accaduto: si sottolinea, con una certa enfasi difensiva, la ritrovata “centralità mediatica” dell’ex premier. Una centralità che, secondo questa lettura autoassolutoria, sarebbe stata conquistata da Conte ai danni diretti della segretaria dem Elly Schlein, come se l’incontro romano diventasse all’improvviso un nuovo capitolo – forse il più imbarazzante – del romanzo sulle primarie del cosiddetto “campo largo”. Insomma, anche la rivelazione pubblicata da Libero su quella cena viene riassorbita in una logica di posizionamento elettorale, anziché essere vagliata nel merito dei rapporti con l’amministrazione statunitense.

L’imbarazzo dei militanti di fronte al doppio standard dell’alleato giurato

Se la dirigenza cerca di sdrammatizzare, tra i militanti più ortodossi serpeggia un fastidio difficile da nascondere. Perché, lo si ricorderà, il Movimento non ha mai lesinato critiche feroci verso Washington, specialmente dopo il ritorno di Trump alla presidenza. E ora arriva la notizia che Zampolli – colui che presentò Melania al futuro presidente, diventandone poi un fedelissimo – ha incontrato colui che i giornali di destra non esitano a definire “il nemico giurato” della Casa Bianca. La bagarre è esplosa direttamente in Aula, dove il deputato di Fratelli d’Italia, Galeazzo Bignami, ha attaccato senza mezzi termini: «Perché assistiamo a un doppio standard? Si va in piazza a manifestare contro il governo degli Stati Uniti, contro Trump, insieme ai pro-parchi, si spaccano vetrine, si aggrediscono le forze dell’ordine, ma poi ci si va a pranzo, chiusi in una stanza, come era solito fare Conte quando firmava i Dpcm che blindavano milioni di italiani in casa».

Un attacco, quello di Bignami, che richiama anche vecchie polemiche giudiziarie – il riferimento al suocero e al reato di peculato – ma che nel merito politico solleva una questione precisa: la distanza siderale tra la piazza (quella che il M5s ha spesso cavalcato) e i salotti romani frequentati dai suoi vertici. Zampolli, dal canto suo, ha già provato a gettare acqua sul fuoco, definendo l’incontro come un gesto di semplice “amicizia gentile”, sostenendo anzi che Trump «ritiene Conte una persona con cui si può parlare quando vuole». Una dichiarazione, quest’ultima, che rischia di alimentare ulteriormente i sospetti di chi vede nel leader pentastellato un trasformista.

L’ombra di Grillo, tra guerra per il simbolo e nuove provocazioni atlantiche

Proprio mentre Conte consumava il suo pranzo con l’emissario di Trump, un’altra figura ingombrante tornava a far sentire la propria voce: Beppe Grillo. Il fondatore, che già da tempo cova l’intenzione di scatenare una guerra legale per riprendersi il controllo del simbolo, ha scelto il suo blog per entrare a gamba tesa anche nel dossier dei rapporti con gli Stati Uniti. E lo ha fatto, come suo costume, con una provocazione destinata a fare rumore. Senza citare direttamente l’incontro di Conte, Grillo ha attaccato frontalmente l’amministrazione Trump, chiedendo quasi con ironia un risarcimento: «Ci rimborsino il pieno». Una frase volutamente criptica, ma che nella strategia comunicativa del fondatore mira a ristabilire una linea di intransigenza contro Washington, implicitamente smentendo la prudenza mostrata dall’attuale guida del Movimento.

La mossa di Grillo – che non a caso arriva a ridosso delle polemiche sul pranzo romano – rischia di aprire una nuova falla interna. Da un lato, c’è Conte che tenta di giocare la carta della statista, disponibile a dialogare anche con l’inquilino della Casa Bianca (nonostante le pregiudiziali ideologiche). Dall’altro, un fondatore che non intende cedere di un millimetro e che anzi utilizza ogni occasione per ricordare chi abbia scritto per primo il Dna antisistema del Movimento. La sovrapposizione di questi due fuochi – la necessità di mostrarsi credibili sulla scena internazionale e la pressione di una base che non dimentica le radici contestatrici – sta producendo cortocircuiti continui.

I big grillini e il timore di una frattura insanabile tra realpolitik e identità

Tra i big del M5s, quelli che contano i voti e misurano il malumore dei territori, il timore è che l’operazione Conte si stia rivelando troppo ambiziosa. Perché c’è una differenza sostanziale tra conquistare “centralità mediatica” e gestire le conseguenze di un’alleanza – fosse anche solo episodica o conviviale – con l’uomo di Trump. Zampolli non è un semplice diplomatico di carriera: è un imprenditore di 55 anni, legato al presidente americano da prima che questi entrasse in politica, nonché colui che gli ha presentato Melania. Il suo ruolo di “inviato speciale” per la diplomazia dello sport potrebbe apparire marginale, ma il suo peso simbolico è enorme, soprattutto per un partito che ha costruito parte del proprio consenso su posizioni pacifiste e antimperialiste.

L’imbarazzo dei parlamentari pentastellati, molti dei quali hanno appreso la notizia dai giornali, si traduce ora in un silenzio carico di significato. Nessuno vuole sconfessare apertamente il proprio leader, ma nessuno sembra nemmeno voler difendere con convinzione quella scelta. E mentre la destra all’opposizione sguinzaglia i suoi oratori per inchiodare Conte alle sue contraddizioni (il “doppio standard” denunciato da Bignami ne è un esempio), dall’altra parte dello schieramento politico si guarda con sospetto a questa improvvisa apertura. L’unica certezza, per ora, è che il pranzo romano tra l’avvocato di Volturara Appula e l’emissario di Trump resterà per lungo tempo un capitolo spinoso nella già accidentata storia del Movimento 5 Stelle.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.