Il lusso si scontra con la guerra nel Golfo: conti in rosso per Hermès, Kering e le italiane
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Redazione Economia
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Dopo la crisi, la guerra. Il settore del lusso, che aveva retto l’urto della pandemia meglio di molti altri comparti industriali, si trova oggi a fronteggiare uno scenario geopolitico che nessuna strategia di branding avrebbe potuto prevedere. La prova più difficile dal 2020 – stando ai numeri che arrivano dalle Borse europee – è ormai una realtà conclamata: i ricavi calano, i debiti pesano e persino le corazzate storiche come Hermès mostrano crepe insospettabili. A pesare come un macigno è lo stop degli acquisti negli Emirati, un crocevia fondamentale per il consumo di alta gamma, dove il conflitto in Medio Oriente ha riscritto le abitudini di una clientela facoltosa ma oggi cauta, quando non fisicamente impossibilitata a muoversi.
Hermès e Kering, il crollo dei titoli racconta una fragilità inedita
Il verdetto della Borsa di Parigi non lascia spazio a interpretazioni ottimistiche. Le azioni Lvmh hanno perso il 16% del loro valore, mentre quelle di Hermès – considerata per anni una sorta di bene rifugio del lusso – sono crollate del 20%. E non è finita qui: a marzo, Kering ha chiuso il primo trimestre con vendite giù dell’8%, un tonfo che ha colto di sorpresa anche gli analisti più cauti. Il conflitto in Medio Oriente, va detto, ha avuto un impatto diretto sui flussi turistici e sulle vendite nei paesi del Golfo: per Hermès, la regione del Medio Oriente ha registrato un -13,4%, trascinando verso il basso anche il comparto europeo, tradizionalmente dipendente dai visitatori internazionali. I ricavi complessivi della maison si sono fermati a 4,1 miliardi di euro, con una flessione dell’1,4% che rappresenta un punto di rottura rispetto agli anni di crescita a doppia cifra.
Dolce&Gabbana e le banche: la rinegoziazione dei debiti come spia di un sistema sotto pressione
Le vicende di Dolce&Gabbana, per restare al fronte italiano, offrono un contraltare concreto ai grandi numeri della finanza parigina. Con il supporto della banca d’affari Rothschild, la casa di moda milanese è impegnata in colloqui delicati con gli istituti di credito per rinegoziare la propria posizione debitoria. Non si tratta, evidentemente, di un caso isolato: molte aziende del lusso avevano accumulato leverage importanti durante gli anni della ripresa post-pandemica, scommettendo su una crescita lineare che oggi la guerra nel Golfo ha bruscamente interrotto. A Milano, per contro, reggono meglio alcune realtà come Moncler e Brunello Cucinelli, le cui vendite non hanno subito flessioni altrettanto gravi. Il motivo? Una minore esposizione diretta ai mercati mediorientali e una clientela più radicata in Asia e negli Stati Uniti, sebbene anche lì l’incertezza inizi a farsi sentire.
Il crollo del titolo Hermès e il fattore Iran: un segnale che spaventa il comparto
L’elemento che ha maggiormente scosso gli investitori, però, resta la performance di Hermès. Il titolo ha toccato i minimi da oltre tre anni, con un ribasso di quasi quattordici punti percentuali in poche sedute. Alcuni analisti francesi hanno parlato di un “fattore Iran” – riferendosi alla propagazione delle tensioni geopolitiche – come spiegazione del crollo. Le vendite in Medio Oriente, che per anni avevano rappresentato una voce di crescita costante, sono ora un freno. E il rallentamento si riverbera anche in Europa, dove i grandi flagship stores di Parigi e Milano vedono diminuire la clientela proveniente dai paesi del Golfo. In questo quadro, neanche la forza di un marchio-icona come Hermès è bastata a proteggere i conti. La guerra ha rotto un meccanismo di fiducia che il lusso aveva faticosamente ricostruito dopo il 2020, e ora le aziende si trovano a dover gestire due emergenze contemporaneamente: l’incertezza sui ricavi futuri e il peso di debiti contratti in un’epoca ormai lontana.




