Hermès e Kering, il lusso frana a Parigi: conti pesanti e l’ombra del Medio Oriente

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il vento che soffia sulla place Vendôme, da qualche settimana a questa parte, ha cambiato decisamente direzione: non più quelle raffiche tiepide e regolari che per anni avevano gonfiato le vele dei giganti francesi del lusso, bensì un’aria gelida e tagliente capace di intaccare persino le fondamenta di quelle che sembravano fortezze inespugnabili. A Parigi, nel pieno di una seduta borsistica che ha visto il paniere europeo del settore (l’Euro Stoxx dedicato) scivolare giù del 4,3%, il verdetto degli investitori è stato spietato e, a ben guardare, privo di quelle attenuanti che in passato avevano sempre salvato i brand più blasonati. Kering, da un lato, ha continuato a scontare le fragilità strutturali del suo brand principale, ma la vera sorpresa – amara, per gli azionisti – è arrivata dall’altro lato della Senna, dove il colosso Hermès, tradizionale faro di stabilità e crescita a doppia cifra, ha improvvisamente mostrato la corda.

Il tonfo di Hermès e il crollo del titolo

La pubblicazione dei risultati relativi al primo trimestre del 2026 ha avuto l’effetto di una doccia gelata sugli analisti, abituati a considerare il gruppo della celebre "birkin" come un porto sicuro anche nelle tempeste più violente. I ricavi, fermi a 4,07 miliardi di euro, hanno registrato sì una crescita del 6% a cambi costanti – un dato che, in qualsiasi altro contesto, sarebbe stato accolto con favore – ma è la flessione dell’1% su base riportata (e, più nel dettaglio, del 1,4% in alcune rilevazioni) a raccontare la verità nuda e cruda di un mercato che cambia. Il dato più drammatico, quello che ha fatto scattare l’allarme rosso nella sala trading di Euronext, è stato il crollo verticale delle vendite in Medio Oriente: meno 13,4% in un’area geografica che, da anni, rappresenta un serbatoio insostituibile di clienti ad alta capacità di spesa. A Parigi, il titolo Hermès è piombato giù di quasi quattordici punti percentuali nel giro di poche ore, toccando così i minimi che non si registravano da oltre tre anni, un tracollo che ha trascinato con sé l’intero comparto.

Milano e il contagio sulle piazze europee

Lo stesso effetto a catena non ha risparmiato nemmeno Piazza Affari, dove il FTSE MIB, pur mostrando un andamento complessivamente piatto, ha visto bersagliate due delle sue eccellenze nel campo dell’alta gamma. Moncler, specialista dei piumini di lusso, e Brunello Cucinelli, maestro del cashmere, sono finite entrambe sotto i colpi delle vendite: nessuna delle due, va detto, ha pubblicato bilanci negativi in queste ore, ma la semplice appartenenza al comparto è bastata a innescare la medesima dinamica speculativa vista a Parigi. È questo, forse, l’aspetto più significativo della giornata: non una crisi aziendale localizzata, bensì la percezione diffusa che l’intero settore del lusso europeo stia entrando in una fase di turbolenza prolungata, alimentata da un conflitto (quello mediorientale, ormai stabilmente radicato) che non solo disincentiva il turismo locale, ma raffredda anche la propensione alla spesa dei grandi viaggiatori internazionali. L’impatto sulle vendite in Europa, per Hermès, è stato quantificato come "indiretto ma significativo", proprio per via del minor afflusso di compratori provenienti da quell’area.

Guerra e consumi: il nodo del Medio Oriente

Se si esclude, per un attimo, la pura dinamica dei numeri, quel che emerge dai conti del primo trimestre è un fenomeno più profondo: le tensioni geopolitiche, ormai, non colpiscono più solo i mercati energetici o le filiere logistiche, ma vanno a intaccare direttamente il comportamento d’acquisto delle fasce più abbienti. Hermès, che per anni era stata considerata un’eccezione in grado di crescere a dispetto di guerre e pandemie, ha dovuto ammettere che la crisi in Medio Oriente ha agito come un freno a mano tirato improvvisamente, riducendo del 13% i ricavi in una regione che alimentava da sola una fetta cospicua del fatturato globale. La Borsa di Parigi, con un meno 10% per il titolo, ha sostanzialmente scommesso sul fatto che questo rallentamento non sia un incidente di percorso, bensì l’inizio di una nuova normalità per il lusso: quella di un mercato sempre più sensibile agli shock esterni, dove nemmeno i brand più iconici possono più sentirsi al sicuro.

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