Lusso in apnea: conti in rosso per Lvmh e Kering, Dolce
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Redazione Economia
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Il settore del lusso, dopo un biennio di sostanziale stagnazione, si trova a fronteggiare la sua prova più difficile dal 2020. A travolgerlo, questa volta, non sono state soltanto le dinamiche inflazionistiche post-pandemia, ma le conseguenze tangibili – e pesantissime – della guerra in corso nel Golfo Persico. Le ultime rilevazioni finanziarie dipingono un quadro di complessiva contrazione, dove anche i colossi francesi, tradizionalmente considerati dei titani inespugnabili, mostrano crepe preoccupanti nei loro bilanci. Si guardi al caso di Lvmh, il numero uno mondiale del settore, che ha aperto la stagione delle trimestrali con numeri che hanno gelato Piazza Affari e la Borsa di Parigi: un calo dei ricavi del 6% su base annua, fissandosi a 19,1 miliardi di euro, mentre il Titolo arretrava di oltre due punti percentuali.
Se si analizza la crescita organica – depurata cioè dalle fluttuazioni dei cambi – si registra un misero +1%, un dato che, sebbene tecnicamente in linea con le attese degli analisti, nasconde una fragilità strutturale enorme. Il conflitto in Medio Oriente, lo ha confermato il management della società, ha letteralmente eroso almeno un punto percentuale di questa crescita globale, trasformando quello che fino a pochi mesi fa era considerato il mercato più caldo del pianeta in una voragine per le vendite. Le ripercussioni, tuttavia, non si fermano ai soli ricavi aggregati. La divisione “Moda e Pelletteria”, che rappresenta il cuore pulsante del gruppo (oltre il 46% del fatturato), ha registrato un tonfo del 9% su base pubblicata e del 2% in termini comparabili, segnalando come la voglia di spingersi verso l’acquisto di una borsa firmata Louis Vuitton o Dior sia stata frenata dall’instabilità geopolitica.
L’effetto domino su Kering e l’incubo valutario
Le difficoltà non sono certo un’esclusiva di Lvmh. Poco distante, sulla scacchiera del lusso transalpino, Kering ha vissuto una sessione borsistica altrettanto travagliata, archiviando il primo trimestre con un fatturato in ribasso dell’8% in dati comparabili. Il peso maggiore, in questo caso, è rappresentato dalle croniche difficoltà di Gucci, il marchio di punta della casa madre, che continua a scontare una transizione di stile e di posizionamento più lenta del previsto. A ciò si aggiunge l’effetto congiunto delle tensioni belliche: come riportato dagli analisti, la chiusura virtuale dei mercati degli Emirati Arabi e delle zone limitrofe ha tagliato le gambe a quella che era una delle rotte commerciali più redditizie per l’abbigliamento di alta gamma.
Tuttavia, a complicare ulteriormente lo scenario per i giganti del lusso, non c’è solo la guerra. Il valore delle monete straniere sta giocando un ruolo subdolo ma determinante in questa contrazione. Il rafforzamento dell’euro rispetto ad altre valute – in particolare lo yen giapponese e il renminbi cinese – ha reso i prodotti europei più cari per i turisti asiatici, storici motori della ripresa post-Covid. Questo mix tossico di instabilità bellica e turismo in calo sta letteralmente riscrivendo le rotte dei consumi, costringendo i grandi gruppi a rivedere al ribasso le stime per l’intero anno fiscale.
Dolce&Gabbana, la crisi è già nei corridoi delle banche
Se per i colossi quotati il momento è di grande apprensione, per le realtà italiane, spesso più esposte per mancanza di diversificazione geografica, la situazione assume i contorni di un’emergenza finanziaria conclamata. La casa di moda milanese Dolce&Gabbana, infatti, si trova in queste ore impegnata in delicati negoziati con gli istituti di credito. Con l’assistenza della banca d’affari Rothschild, i vertici dell’azienda – che ha recentemente visto modifiche ai vertici con l’uscita di scena di Stefano Gabbana dalla presidenza – stanno cercando di rinegoziare i termini del proprio debito, accumulato in un biennio di vendite fiacche.
La contrazione dei ricavi, in un contesto di tassi d’interesse ancora sostenuti, ha reso più rigidi i parametri dei covenants (i vincoli imposti dalle banche per la concessione del credito), mettendo l’azienda con le spalle al muro. Si tratta della conferma, se ancora ce ne fosse bisogno, che la tempesta in corso non risparmia nemmeno i brand simbolo del “Made in Italy”, costretti a fare i conti con una liquidità in sofferenza mentre il mercato di riferimento – ovvero i viaggiatori facoltosi che popolavano i centri commerciali di Dubai – è improvvisamente evaporato.
La Borsa guarda a Oriente (e alle trattative Usa-Iran)
Nonostante il mare in tempesta, i listini azionari europei hanno mostrato qualche timido segnale di risalita, aggrappandosi a un filo di speranza che arriva da Oltreoceano. Nuove indiscrezioni, mai confermate ufficialmente dai diretti interessati, suggeriscono che l’amministrazione Trump (insediata ormai da più di un anno alla Casa Bianca) stia segretamente lavorando a un secondo round di colloqui diretti con l’Iran. È proprio questa prospettiva – sebbene ancora lontana dall’essere una certezza – a ridare ossigeno ai titoli del lusso, innescando acquisti speculativi su Milano e Parigi.
Parallelamente, l’Oriente gioca la sua parte: il Nikkei giapponese e il Kospi sudcoreano hanno chiuso in netto rialzo, con guadagni rispettivamente del 2,3% e del 3,6%. A trainare l’indice asiatico non è solo la speranza di una distensione in Medio Oriente, ma anche una ritrovata fiducia nei confronti del comparto tecnologico e finanziario, due settori che spesso fungono da apripista per le riaperture del credito al consumo. In attesa di vedere se queste voci troveranno un riscontro concreto nei fatti, il mondo delle borse e quello delle passerelle restano sospesi in un equilibrio precario, dove ogni discorso di pace fa immediatamente tremare i listini al rialzo, mentre ogni razzo lanciato nel Golfo rischia di far crollare il valore delle griffe.




