Perché de Meo ha lasciato Renault per il lusso di Kering
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Redazione Economia
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L’annuncio delle dimissioni di Luca de Meo da amministratore delegato di Renault ha colto molti di sorpresa, non solo per la tempistica – nel pieno di una riorganizzazione che stava dando i suoi frutti – ma anche per la destinazione: Kering, il gigante del lusso francese che controlla Gucci, Bottega Veneta e Brioni. Un passaggio inatteso, quello del manager italiano, che lascia un settore, l’automotive, in piena trasformazione per approdare a un mondo completamente diverso, seppure altrettanto competitivo.
La sua eredità alla Renault è difficile da contestare. Arrivato nel 2020, in un momento in cui la casa francese navigava in acque agitate – tra tensioni con i sindacati, incertezze sulla transizione elettrica e gli equilibri azionari, con lo Stato che detiene il 15% – de Meo ha saputo rilanciare il gruppo con una strategia chiara. Ha puntato su modelli iconici come la nuova Renault 5 elettrica, rilanciato Alpine e mantenuto un dialogo costruttivo con i partner industriali, a differenza di quanto accaduto in altre realtà, come Stellantis, dove i conflitti con i fornitori sono stati più aspri.
Ma perché, allora, abbandonare un progetto ancora in corso? Le ragioni potrebbero essere molteplici. Da un lato, c’è la pressione politica: Emmanuel Macron, che ha sempre visto nella Renault un asset strategico, ha spinto per un maggiore coinvolgimento del gruppo nella produzione di componenti per la difesa, una strada che potrebbe aver allontanato de Meo, più orientato alla crescita commerciale che alle logiche industriali dettate dall’Eliseo. Dall’altro, c’è l’attrattiva di Kering, un colosso in cerca di una svolta dopo l’addio del suo storico patron François-Henri Pinault.
Intanto, alla Renault si lavora già al dopo. I nomi che circolano per la successione sono due: Denis Le Vot, attuale responsabile delle operazioni mondiali, e Maxime Picat, numero uno di Stellantis in Europa. La scelta non sarà semplice, perché il nuovo leader dovrà ereditare un’azienda in ripresa ma ancora fragile, minacciata dall’avanzata dei brand cinesi e dalla lenta adozione dell’elettrico in Europa.




