Ocse, l'Italia tiene agli shock ma la crescita di lungo periodo resta sotto l'1%
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
L'Italia ha retto bene alle crisi che si sono succedute negli ultimi anni, eppure il suo potenziale di crescita continua a zoppicare. È il giudizio che l'Ocse ha consegnato ai due rapporti presentati il 19 ottobre al Cnel, gli Studi economici dedicati al nostro Paese e l'aggiornamento intermedio delle Prospettive economiche, intitolato "Weathering Successive Shocks". Secondo l'organizzazione parigina, le proiezioni di lungo periodo indicano una media inferiore all'1% annuo nel prossimo decennio, un ritmo insufficiente a sostenere redditi e conti pubblici.
Le riforme valgono quasi quattro punti di Pil
Il quadro non è però immobile. L'Ocse calcola che un pacchetto organico di interventi su istituzioni, competenze, cuneo fiscale, regolazione e ricerca potrebbe alzare il livello del Pil del 3,9% in dieci anni e dell'11,9% in venticinque. Nel primo decennio i contributi maggiori arriverebbero da due leve: la qualità delle istituzioni e la riduzione del cuneo fiscale, ciascuna con un impatto stimato dell'1,1%. Si tratta di misure che agiscono sulla struttura dell'economia, non sulla congiuntura, e che per questo richiedono continuità ben oltre la scadenza del Pnrr, prevista nel 2026.
I freni strutturali: demografia, produttività e debito
A trattenere la crescita sono fattori che si accumulano da decenni. L'invecchiamento della popolazione pesa sulla forza lavoro: secondo l'Ocse, la popolazione in età lavorativa potrebbe perdere cinque milioni di persone entro il 2040. La produttività, dal canto suo, cresce meno della media dell'area euro dalla metà degli anni Novanta, e il debito pubblico resta il terzo più alto dell'area Ocse. A completare il quadro concorrono una spesa pensionistica tra le più elevate, tassi di occupazione bassi per giovani e donne e un costo dell'energia superiore a quello dei principali concorrenti.
Il capo economista dell'Ocse Stefano Scarpetta ha parlato di una "glaciazione demografica" da fronteggiare valorizzando le risorse lavorative sottoutilizzate, a partire dalla partecipazione femminile.
Conti pubblici promossi, ma la spesa resta sotto pressione
Sul fronte fiscale l'Ocse riconosce progressi concreti. Il deficit è sceso dal 7,2% del Pil nel 2023 al 3,1% nel 2025, il saldo primario è tornato in avanzo nel 2024 e le agenzie di rating hanno migliorato il giudizio sul debito sovrano, con benefici sui costi di finanziamento per enti territoriali e imprese. La ricchezza netta delle famiglie a fine 2024 ha raggiunto 11.732 miliardi di euro, pari al 532% del Pil. Restano però le pressioni future legate all'invecchiamento, alla transizione climatica e alle esigenze di difesa, che rendono necessario un consolidamento ordinato e selettivo.
Il nodo delle piccole imprese e la competizione cinese
La debolezza produttiva italiana affonda le radici nella struttura del tessuto imprenditoriale. Le grandi aziende mostrano buone performance, ma molte micro e piccole imprese faticano a crescere e ad adottare nuove tecnologie, e la loro incidenza relativa pesa sulla produttività complessiva. L'Ocse segnala poi l'esposizione alla concorrenza estera: nel 2025 le importazioni dalla Cina sono cresciute del 16,4%, mentre le esportazioni verso il mercato cinese sono calate del 6,6%.
A questo si aggiungono i dazi statunitensi e un nuovo shock energetico, fattori esterni che riducono i margini di manovra.
Giovani, energia e produttività: le quattro aree del rapporto
Il documento Ocse è organizzato in quattro capitoli tematici: finanza pubblica, lavoro dei giovani, sicurezza e costo dell'energia, produttività delle imprese. Sul fronte giovanile, il dato dei NEET, i giovani che non studiano e non lavorano, si attesta intorno al 16% nel 2024, con una parte di loro che cerca opportunità all'estero. L'Ocse raccomanda transizioni più fluide dalla scuola al lavoro, sistemi di formazione professionale più solidi e politiche attive più efficaci.
Sul costo dell'energia, la dipendenza dai combustibili fossili importati resta il vincolo principale, e la riduzione degli ostacoli amministrativi agli investimenti nelle rinnovabili viene indicata come leva per abbassare le bollette e aumentare la sicurezza degli approvvigionamenti.
Puoi riutilizzare questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.
