Scontri al cantiere Tav, la politica e le istituzioni condannano le violenze
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Redazione Interno
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La tensione in Valle di Susa è tornata a esplodere sabato 25 luglio, in occasione della tradizionale marcia del movimento No Tav, trasformandosi in una vera e propria guerriglia che ha avuto come epicentro il cantiere della Torino-Lione a Chiomonte. Quella che era nata come una manifestazione di massa, con gli organizzatori che rivendicavano la partecipazione di circa 20.000 persone, è stata segnata dalla virulenza di frange antagoniste, riconducibili al cosiddetto blocco nero, che hanno fatto precipitare la situazione in un clima da guerra di trincea, attaccando le Forze dell'Ordine con un lancio massiccio di pietre, bombe carta e altri oggetti contundenti. L'ondata di violenza ha preso di mira non solo gli agenti schierati a presidio del cantiere, ma anche i mezzi di servizio, con due camionette dei carabinieri che sono state date alle fiamme, aggiungendo un ulteriore tassello a una giornata già segnata da uno scontro frontale tra la protesta e lo Stato.
Per oltre un'ora, l'area è stata teatro di un assalto che le forze dell'ordine sono riuscite a respingere solo dopo duri scontri, costringendo il gruppo più estremo degli attivisti a ritirarsi tra i boschi, da dove erano comparsi attraverso sentieri impervi per fare irruzione nel perimetro recintato del cantiere.
L'assalto al cantiere e la dinamica degli scontri
La cronaca degli eventi racconta di una protesta che si è divisa in due anime, una pacifica e partecipativa e un'altra, quella più estrema, decisa a forzare il blocco imposto dalle autorità per impedire l'avanzamento dei lavori. Il corteo principale, partito da Venaus con lo striscione "C'eravamo, ci siamo, ci saremo.
Ora e sempre No Tav", sfilava all'insegna di una contestazione rivolta contro quelli che i manifestanti definiscono "i cantieri della devastazione", inscrivendosi anche nell'ambito della decima edizione del Festival Alta Felicità, che prevedeva momenti culturali e musicali a corollario della mobilitazione. Tuttavia, mentre la massa dei manifestanti seguiva il percorso prestabilito, un gruppo di centinaia di attivisti incappucciati, tra i quali sarebbero stati notati anche diversi stranieri, in prevalenza francesi, ha deviato il proprio percorso dirigendosi verso Chiomonte.
Qui, utilizzando flessibili per tagliare le recinzioni, sono penetrati all'interno del cantiere della Torino-Lione, scatenando la reazione immediata delle forze di polizia.
Il bilancio degli scontri è pesante, e sebbene non si siano registrate vittime, l'entità dei danni e l'intensità della guerriglia hanno sollevato un'onda di preoccupazione che ha travalicato i confini locali, raggiungendo le massime istituzioni. La risposta della politica e delle istituzioni non si è fatta attendere e si è concretizzata in una pioggia di condanne unanimi che hanno attraversato tutto lo schieramento politico, a testimonianza di come l'episodio sia stato percepito non come un semplice scontro di piazza, ma come un attacco diretto alla legalità e alla sicurezza del Paese.
Dalle parole dei rappresentanti del governo a quelle degli esponenti dell'opposizione, la condanna è stata netta e senza appello, sottolineando la necessità di distinguere il diritto di manifestare dal ricorso alla violenza come strumento di lotta politica.
Le reazioni dal mondo politico e istituzionale
Il fronte delle dichiarazioni ufficiali ha visto una convergenza straordinaria, con il ministro dell'Interno che ha espresso solidarietà alle Forze dell'Ordine, definendo inaccettabile l'assalto subito e ribadendo l'impegno del governo a garantire la sicurezza dei lavoratori e la prosecuzione dei lavori dell'infrastruttura.
Il presidente della Regione Piemonte ha parlato di "violenza inaudita" che offusca il diritto di protesta, mentre le parole del presidente del Consiglio hanno sottolineato il carattere di sfida allo Stato di questi gesti, ribadendo che il cantiere della Tav non si fermerà di fronte a queste intimidazioni.
Anche dalle file dell'opposizione, pur nella diversità di vedute sul progetto dell'alta velocità, è giunta una condanna ferma: il segretario del Partito Democratico ha definito l'accaduto "un errore grave" che isola il movimento No Tav, mentre il leader del Movimento 5 Stelle, pur rimarcando la contrarietà storica all'opera, ha stigmatizzato il ricorso alla violenza come un metodo che non appartiene alla tradizione del movimento e che allontana dalla soluzione democratica del confronto.
A queste voci si sono aggiunte quelle dei sindaci della zona e dei rappresentanti locali, che si trovano a fare i conti con una ferita aperta nel tessuto sociale della Valle. L'invito, rivolto da più parti ai manifestanti, è quello di ritornare a un confronto civile e pacifico, superando lo scontro frontale che rischia di compromettere per anni il dialogo tra le istituzioni e i territori.
La condanna unanime, insomma, non ha fatto distinzione tra chi sostiene l'opera e chi la contesta, creando un fronte comune contro la deriva eversiva che ha preso di mira un simbolo delle politiche infrastrutturali del governo.
Le ripercussioni sul clima della protesta
L'irruzione nel cantiere e gli atti vandalici hanno inevitabilmente inasprito il clima politico e sociale, riportando la questione Tav al centro del dibattito nazionale e riaccendendo i riflettori su quella che da decenni è una delle questioni più divisive del nord-ovest italiano.
Le reazioni istituzionali hanno avuto il merito di tracciare un confine netto tra la legittima opposizione a un'opera pubblica e l'illegittimo assalto alla proprietà e all'incolumità delle persone, ma allo stesso tempo hanno evidenziato la difficoltà di trovare una via d'uscita a un conflitto che sembra cristallizzato.
La presenza di militanti francesi tra gli assalitori ha sollevato anche interrogativi sulla trasversalità del movimento No Tav e sulla capacità di attrarre simpatie oltre confine, alimentando la tesi di una protesta che si internazionalizza e che trova nella Valle di Susa il suo epicentro simbolico.
L'eco degli scontri di Chiomonte, quindi, non si esaurisce nella cronaca locale ma si proietta come un monito sulle difficoltà che il progetto della linea ad alta velocità incontra sul suo percorso, nonostante il sostegno europeo e le rassicurazioni fornite a più riprese dai governi che si sono succeduti.
Gli striscioni esposti durante la marcia, con la loro carica di sfida ("C'eravamo, ci siamo, ci saremo"), testimoniano la determinazione di un movimento che, lungi dall'esaurire la propria spinta propulsiva, sembra voler riproporre la propria opposizione a ogni costo, rendendo sempre più complesso il compito di chi deve gestire l'ordine pubblico e garantire l'avanzamento dei lavori.
Il cantiere di Chiomonte, così, diventa ancora una volta il simbolo di una frattura che divide la Valle e il Paese, una spina nel fianco della politica e delle istituzioni chiamate a ricucire uno strappo che rischia di allargarsi.
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