Premio Strega 2026, la sestina è già un caso letterario: guida Michele Mari

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Nell’edizione degli ottant’anni, il più ambito riconoscimento letterario italiano – stiamo parlando ovviamente del Premio Strega, organizzato dalla Fondazione Maria e Goffredo Bellonci – ha deciso di rompere i propri argini tradizionali. La classica cinquina, infatti, ha ceduto il passo a una sestina: densa, complessa e fedele a un’annata che non si è lasciata incanalare in trame prevedibili. È accaduto al Teatro Romano di Benevento, dove la conduzione dell’evento era stata affidata a Stefano Coletta, e il verdetto è arrivato in diretta streaming su RaiPlay.

A decretare l’allargamento della rosa dei finalisti, una norma regolamentare che qui si applica alla perfezione: l’articolo 7 prevede che, se tra i primi cinque classificati non figura alcun titolo edito da una casa medio-piccola, si proceda al “ripescaggio” del libro più votato al di fuori di quella cerchia, portendo così a sei i pretendenti al trono.

Così, la tradizione lascia spazio alla sorpresa, e la letteratura italiana si ritrova con una rosa di finalisti che promette scintille in vista della finalissima dell’8 luglio, che per la prima volta si terrà in Piazza del Campidoglio a Roma e non più al Ninfeo di Valle Giulia.

Il dominio di Mari e il colpo di scena Nucci

In testa alla graduatoria – e con un vantaggio che appare al momento incolmabile – c’è Michele Mari, il cui romanzo “I convitati di pietra” (Einaudi) ha totalizzato 280 preferenze, una cifra che vale più del doppio dei voti raccolti dall’ultimo della lista. Mari, del resto, arriva a questo appuntamento forte del già ottenuto Premio Strega Giovani, assegnatogli da una giuria di ragazze e ragazzi provenienti da 114 scuole secondarie, un riconoscimento che spesso si è rivelato un prodromo della vittoria finale.

A sorpresa, però, a insidiare il suo primato non è un nome altrettanto atteso, bensì Matteo Nucci, che con “Platone. Una storia d’amore” (Feltrinelli) ha strappato 242 voti, dimostrando come il pubblico degli “Amici della domenica” – le 400 personalità della cultura che compongono il cuore del collegio elettorale – abbia apprezzato la sua rilettura intima e romanzata del filosofo greco.

Completa il podio provvisorio Bianca Pitzorno, la cui assenza fisica sul palco – rappresentata dalla sua editor – non ha impedito a “La sonnambula” (Bompiani) di raccogliere 195 preferenze, una dimostrazione di forza letteraria che prescinde dalla presenza scenica dell’autrice.

Ciabatti, Pierantozzi e il meccanismo che ha premiato Rui

Scorrendo la classifica, si trovano poi Teresa Ciabatti con “Donnaregina” (Mondadori) a quota 184 voti, un’opera che l’autrice stessa ha descritto come "incasellabile", rifiutando le etichette di non-fiction o auto-fiction per raccontare una storia di boss, mostri e legami femminili.

Subito dietro, con 170 voti, ecco Alcide Pierantozzi e il suo “Lo sbilico” (Einaudi); singolare il destino di questo romanzo, costruito come una seduta spiritica a tre voci, che si ritrova a competere contemporaneamente per i due più importanti riconoscimenti italiani, avendo già ottenuto un posto nella cinquina del Premio Campiello. È però il sesto nome a incarnare lo spirito di questa edizione: Elena Rui, autrice di “Vedove di Camus” (L’Orma), è entrata in finale con 163 voti, sfruttando proprio quella clausola salvifica prevista per i piccoli editori.

Senza questo meccanismo, la sua opera – che esplora la figura del celebre scrittore francese attraverso lo sguardo frammentato delle sue amanti e della moglie Francine – sarebbe rimasta esclusa. La sestina, va ricordato, non è una novità assoluta per lo Strega (era accaduto anche nel 2024), ma la presenza contemporanea di due titoli Einaudi (Mari e Pierantozzi) nella rosa finale è un evento statisticamente molto più raro.

I numeri del verdetto e l'assenza di polemiche

Il responso della prima votazione – che ha visto esprimere la propria preferenza all’84,6% degli aventi diritto, pari a 677 votanti su 800 – ha lasciato fuori dalla porta del successo nomi di rilievo, i cui progetti dovranno accontentarsi del ruolo di spettatori nella finalissima. Tra questi, Nadeesha Uyangoda con “Acqua sporca” (Einaudi) fermo a 147 voti, Maria Attanasio con “La Rosa Inversa” (Sellerio) a 139, e il celebre Ermanno Cavazzoni, la cui “Storia di un’amicizia” (Quodlibet) si è arenata a 137 preferenze.

Quest’ultimo, paradossalmente, ritroverà Pierantozzi al Campiello, dove i due si giocheranno un altro pezzo di storia letteraria. La serata di Benevento, condotta senza intoppi da Coletta, ha visto anche l’intervento di Clemente Mastella, il sindaco della città, il quale – nell’accingersi ad accogliere la crème dell’editoria nazionale – ha lanciato un monito ai presenti, invitandoli a fare da "guardrail" (guardrail) contro l’avanzata dell’intelligenza artificiale.

Un’esortazione che suona quasi come una dichiarazione d’intenti per questa ottantesima edizione: un premio che, scegliendo sei finalisti anziché cinque, ha scelto di allargare i propri confini, concedendo più spazio alla complessità e alla varietà della narrativa italiana contemporanea.

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