Mammina, Jessica Chastain e il mostro che ha il volto di una madre: recensione di un horror che divide
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C'è un momento, nel trailer di Mammina, in cui Jessica Chastain sorride e qualcosa, in quel sorriso, non torna. È l'intera premessa del film di Rob Savage, arrivato nelle sale italiane l'8 ottobre: non serve un mostro che striscia fuori dall'armadio se può assumere le sembianze della persona che ami di più.
La pellicola, prodotta da James Wan per Atomic Monster e Blumhouse, adatta il romanzo L'altra mamma di Josh Malerman, lo stesso autore di Bird Box, e mette al centro Bela, una bambina di sette o otto anni che vive in una casa della California settentrionale con una madre in carriera e un padre più presente di quanto lei stessa sappia riconoscere.
Un'entità che chiede il permesso
L'idea di partenza è semplice e per questo perturbante: Altra Mamma, la creatura che si presenta a Bela con le fattezze esatte di sua madre, non sfonda la porta. Chiede. «Posso entrarti nel cuore?», domanda ogni giorno alla bambina, e in quella domanda c'è tutta la pazienza di chi sa aspettare. Il film costruisce la tensione sulla prospettiva infantile, quasi interamente filtrata dallo sguardo di Bela, interpretata da Arabella Olivia Clark: i genitori non hanno nomi propri, sono Mamma e Papà, perché è così che li vede lei.
La frattura coniugale tra i due adulti, le assenze della madre, la complicità più immediata con il padre diventano il terreno su cui l'entità affonda le radici. La dolcezza di Altra Mamma è quasi troppo dolce, e sotto la superficie si avverte qualcosa di teso e furioso.
I numeri di un'accoglienza tutt'altro che tenera
Se il pubblico italiano si sta ancora facendo la propria idea, oltreoceano la critica non ha usato guanti. Su Rotten Tomatoes Mammina è partito con percentuali che oscillano tra il 17% e il 20% di recensioni positive, per poi assestarsi intorno al 19%, con un punteggio Metacritic fermo a 39 su 100. Il CinemaScore è un D+, che nel linguaggio delle sale americane significa disastro annunciato.
Rob Savage aveva promesso circa cinquanta jumpscare in un film che dura poco più di un'ora e mezza, un dato che ha fatto discutere più della loro effettiva efficacia. Molti recensori hanno parlato di un'esperienza «più ridicola che spaventosa», altri di un uso dell'IA nella scrittura dei dialoghi, altri ancora hanno salvato la prova di Chastain definendola divertita e inquietante nel doppio ruolo.
Il libro, quella cosa che fa davvero paura
C'è poi la questione del romanzo. Incidents Around the House, questo il titolo originale, è uscito negli Stati Uniti nel 2024 ed è stato finalista al Bram Stoker Award e al Locus Award. La storia cartacea è narrata in prima persona da Bela e non concede tregua: la casa è a Chaps, nel Michigan, il padre si chiama Russ, la madre Ursula, e c'è una nonna, Ruth, che a un certo punto prova a spiegare alla nipote che il cuore umano è come una casa con molte stanze, e che bisogna stare attenti a cosa ci si lascia entrare.
Il film sposta l'azione in California, cambia qualche equilibrio, aggiunge il volto di Chastain come moltiplicatore di minaccia. Chi ha letto il libro sa che la carta stampata, in questi casi, vince quasi sempre: la pagina non ha bisogno di jumpscare per farti girare la testa verso l'armadio.
Perché andare a vederlo comunque
Il punto, però, non è stabilire se Mammina sia un capolavoro. Non lo è, e probabilmente non ha mai provato a esserlo. È un horror da ottobre, da fine settimana, da sala che si riempie di ragazzi che ridono per la paura e poi si voltano verso l'uscita con una smorfia. Jessica Chastain, che aveva già attraversato il genere con It – Capitolo due e La madre, si prende il lusso di interpretare contemporaneamente la madre biologica e la copia demoniaca, e lo fa con una tensione fisica che lei stessa ha raccontato di aver costruito tenendo il corpo rigido e il sorriso forzato.
Savage, dal canto suo, viene da Host e The Boogeyman, e sa muovere la macchina da presa anche quando la sceneggiatura arranca. Il risultato è un film che funziona a sprazzi, che inquieta quando tace e si perde quando spiega, e che lascia allo spettatore il compito di decidere se il volto materno, in fondo, non fosse già abbastanza spaventoso così.
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