Meta, il riconoscimento facciale si nasconde nei Ray-Ban. E la storia si ripete
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Redazione Scienza e Tecnologia
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Non ci avevano abituato diversamente, in fin dei conti. L’ennesima, silenziosa incursione di Meta nel delicato territorio dei dati biometrici è venuta alla luce grazie a un’analisi condotta da WIRED sul software proprietario dell’azienda, che ha rivelato la presenza di un sistema di riconoscimento facciale in agguato all’interno dell’app Meta AI.
Questo sistema, che il colosso di Menlo Park ha battezzato internamente con il nome in codice “NameTag”, è stato progettato per funzionare in stretta sinergia con gli occhiali intelligenti Ray-Ban e Oakley, trasformando di fatto un comune accessorio di moda in un potenziale strumento di sorveglianza distribuita.
Sebbene la funzione non sia ancora stata attivata per il pubblico, il codice che ne costituisce l’ossatura – tre distinti modelli di intelligenza artificiale in grado di rilevare, ritagliare e convertire un volto in un’impronta biometrica – risiede già sui dispositivi di milioni di utenti, introdotto silenziosamente attraverso una serie di aggiornamenti dell’applicazione distribuiti nel corso del 2026.
Come funziona NameTag
Il meccanismo alla base del progetto NameTag è tanto semplice nel suo funzionamento quanto complesso nelle sue implicazioni etiche: gli occhiali, dotati di fotocamera integrata, potrebbero inquadrare un individuo e, attraverso l’app collegata allo smartphone, convertire le sue fattezze in una stringa di numeri univoca, una sorta di “impronta del volto”.
Una volta generata, questa impronta verrebbe confrontata con un database locale di altri profili biometrici già salvati sulla memoria del telefono di chi indossa gli occhiali; in caso di corrispondenza – ovvero se il sistema riconosce quella persona – l’utente riceverebbe un avviso immediato. Viceversa, se il volto è sconosciuto al sistema, verrebbe archiviato in una cartella denominata “in attesa”, ampliando potenzialmente di volta in volta il catalogo privato di individui sorvegliati dall’utente.
Una versione preliminare dell’interfaccia, apparsa in una release di maggio, aveva persino ribattezzato la funzione con il nome “Connessioni”, invitando gli utenti a “ricordare le persone che hanno incontrato”.
L’opacità del colosso e le smentite di rito
La reazione di Meta a queste rivelazioni ha seguito uno schema fin troppo noto agli osservatori del settore: da una parte la conferma che si tratta di una funzione esplorativa, dall’altra la smentita categorica riguardo a un suo imminente rilascio.
“Non è stato spedito nulla ai consumatori e nessuna decisione finale è stata presa su cosa fare, se mai faremo qualcosa”, ha dichiarato il portavoce Ryan Daniels, aggiungendo che, qualora decidessero di procedere, lo faranno “con piena trasparenza” e, specifica importante, senza costruire un database centralizzato dei volti.
Questa retorica della trasparenza, tuttavia, stride con i metodi utilizzati per implementare il codice: secondo l’analisi di WIRED, componenti fondamentali del sistema sono stati inseriti nell’app – scaricata oltre 50 milioni di volte – già a partire da gennaio, mentre l’azienda dichiarava pubblicamente ad aprile di stare ancora “ragionando attentamente” sulla possibilità di adottare una tecnologia simile.
Il peso del passato e i fantasmi del contenzioso legale
L’ombra del 2021, l’anno in cui Meta annunciò l’abbandono del riconoscimento facciale su Facebook e la cancellazione di oltre un miliardo di impronte digitali, si allunga minacciosa su questa vicenda. Un passo indietro, quello di allora, che molti avevano interpretato come una resa definitiva di fronte alle pressioni dell’opinione pubblica e dei regolatori, ma che secondo fonti interne non fu mai percepito come una ritirata permanente.
A rendere la situazione ancora più intricata è il pesante fardello delle cause legali: l’azienda ha già pagato 650 milioni di dollari per chiudere una class action in Illinois e, più di recente, ha raggiunto un accordo da 1,4 miliardi di dollari con il Texas per accuse analoghe di raccolta illecita di dati biometrici.
Il progetto NameTag, se attivato, rischierebbe di riaprire vecchie ferite giudiziarie e politiche, soprattutto alla luce di una nota interna trapelata al New York Times, in cui si ipotizzava di lanciare la funzione sfruttando un “ambiente politico dinamico” per approfittare della distrazione dei gruppi critici.




