Microbiota intestinale e neurotrasmettitori: la ricerca che accende i riflettori sull'asse intestino-cervello
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Redazione Salute
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Che l'intestino e il cervello mantengano un dialogo costante e bidirezionale è ormai un assunto consolidato in campo scientifico; tuttavia, la possibilità di tracciare un parallelo diretto tra l'attività neurochimica del cervello e il potenziale dei batteri che risiedono nel nostro sistema digerente ha rappresentato finora un territorio in gran parte inesplorato.
Un recente lavoro condotto dai ricercatori delle Università di Roehampton e Surrey ha compiuto un passo avanti significativo in questa direzione, mettendo a confronto, per la prima volta sugli stessi soggetti, la capacità del microbiota di produrre sostanze neuroattive con le effettive concentrazioni cerebrali di GABA e glutammato. Questi due neurotrasmettitori, che svolgono un'azione rispettivamente inibitoria ed eccitatoria nel sistema nervoso centrale, rappresentano i cardini di un equilibrio chimico fondamentale per il mantenimento delle funzioni cognitive e dell'umore.
Un ponte chimico tra due mondi apparentemente lontani
Il microbiota intestinale, lungi dall'essere un semplice insieme di microrganismi dediti alla digestione, si configura come un vero e proprio organo endocrino in grado di sintetizzare e rilasciare nel torrente circolatorio un'ampia varietà di metaboliti bioattivi. Tra questi, alcuni peptidi e molecole segnale possono oltrepassare la barriera ematoencefalica o agire indirettamente attraverso il nervo vago, influenzando l'attività delle reti neuronali.
Lo studio anglosassone si inserisce in questo filone di indagine, cercando di quantificare il peso specifico di questa influenza: i ricercatori hanno analizzato campioni fecali per valutare il potenziale genetico e metabolico dei batteri coinvolti nella sintesi dei neurotrasmettitori, correlando questi dati con le rilevazioni spettroscopiche effettuate a livello encefalico.
I risultati, sebbene preliminari, suggeriscono l'esistenza di un'associazione significativa tra la composizione del microbioma e i livelli di queste sostanze chimiche nel cervello, aprendo scenari inediti per la comprensione di disturbi neurologici e psichiatrici.
L'Italia in prima linea: il progetto dell'Università di Pavia
Il fronte della ricerca sull'asse intestino-cervello vede la scienza italiana giocare un ruolo di primo piano, come dimostra un progetto coordinato da Cristina Lanni, del Dipartimento di Scienze del Farmaco dell'Università di Pavia. L'iniziativa, che ha ottenuto il sostegno dell'Alzheimer's Association e di finanziamenti nazionali, si pone un obiettivo ambizioso: decifrare i meccanismi biologici che legano le patologie infiammatorie croniche dell'intestino a una maggiore suscettibilità verso le malattie neurodegenerative, con un focus particolare sulla malattia di Alzheimer.
L'ipotesi di fondo è che lo stato di infiammazione persistente tipico di condizioni come il morbo di Crohn o la rettocolite ulcerosa possa alterare la permeabilità della barriera intestinale, innescando una cascata di eventi immunitari e metabolici che, a lungo termine, danneggiano il tessuto nervoso centrale.
La molecola TMAO e i polifenoli come possibile scudo
Uno dei percorsi molecolari più studiati in questo contesto riguarda la trimetilammina-N-ossido, meglio nota con l'acronimo TMAO. Questa molecola, che deriva dalla metabolizzazione di alcuni nutrienti (come la carnitina e la colina, abbondanti nelle carni rosse) ad opera del microbiota, è stata associata in diverse ricerche a un incremento del rischio cardiovascolare.
Un filone di studi ancora più recente ha evidenziato come livelli elevati di TMAO nel plasma possano correlare con un'atrofia di aree cerebrali cruciali per la memoria e per le funzioni esecutive, quali l'ippocampo e il lobo frontale. In questo scenario, l'attenzione di alcuni laboratori si è concentrata sui polifenoli, composti antiossidanti presenti in vari alimenti di origine vegetale, e in particolare sul Taurisolo, un estratto ottenuto dalle vinacce dell'uva.
I primi esperimenti su questo composto hanno mostrato risultati promettenti nel ridurre i livelli di TMAO e di altri biomarcatori di infiammazione; ciò nondimeno, gli stessi ricercatori sottolineano con prudenza che al momento non esiste ancora alcuna evidenza certa della capacità di questi integratori di prevenire il declino cognitivo o di agire come scudo contro la demenza, trattandosi di un campo di indagine che richiede ulteriori conferme e studi clinici su larga scala.
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