Il caffè e l’asse intestino-cervello: un nuovo studio ne rivela gli effetti nascosti sul microbiota

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Che la tazzina del mattino fosse per molti un rituale laico e irrinunciabile, lo sapevamo; che però quel gesto quotidiano – al di là della consueta sferzata di energia – potesse interferire con la comunicazione bidirezionale tra il nostro apparato digerente e il cervello, è una di quelle scoperte destinate a riscrivere i manuali. Un gruppo di ricerca guidato da John Cryan presso la University College Cork (Irlanda), i cui risultati sono stati pubblicati su “Nature Communications”, ha infatti analizzato in profondità il rapporto tra consumo regolare di caffè e salute mentale, arrivando a conclusioni che spiazzano persino gli esperti più navigati. La bevanda, si legge nel documento, agisce positivamente sul microbiota intestinale, quell’ecosistema di batteri, funghi e virus che popola il nostro stomaco e i nostri intestini, e lo fa in modo così significativo da influenzare poi l’umore di chi la assume.

Un effetto stimolante che nasconde molto di più

Per decenni, lo ricordano gli stessi autori dello studio, ci siamo accontentati di vedere nel caffè una semplice “scossa” adrenalinica, un alleato contro la sonnolenza o un pretesto per una pausa sociale. Ma l’indagine condotta dall’APC Microbiome Ireland ha spostato l’attenzione su un altro attore, finora sottovalutato: l’asse intestino-cervello. Questa rete di connessioni neurali, ormonali e immunitarie, che collega direttamente il sistema enterico a quello nervoso centrale, sarebbe il vero canale attraverso cui il caffè esercita i suoi effetti più profondi. E non si tratta solo di benessere digestivo, visto che alcuni studi preliminari già associavano il consumo abituale della bevanda a una minore incidenza di depressione e persino a un miglior mantenimento della massa muscolare nell’età avanzata.

Microbiota sotto il segno della caffeina (e non solo)

La novità principale, spiega il lavoro irlandese, risiede nella capacità del caffè di rimodellare la composizione del microbiota. Non tanto in virtù della sola caffeina, quanto di una miscela di polifenoli e altre molecole bioattive – tra cui l’acido clorogenico – che raggiungono intatte l’intestino crasso. Qui vengono fermentate e agiscono come prebiotici, favorendo la crescita di ceppi batterici associati a uno stato infiammatorio ridotto. La ricerca ha confrontato bevitori abituali (almeno tre tazzine al giorno) con astemi, rilevando nei primi una maggiore abbondanza di *Faecalibacterium* e *Roseburia*, due generi noti per la loro capacità di produrre acidi grassi a catena corta. Questi composti, a loro volta, rinforzano la barriera intestinale e modulano segnali che viaggiano lungo il nervo vago fino all’encefalo.

Dall’intestino all’umore: un ponte chimico ancora da esplorare

Proprio attraverso questo meccanismo, ipotizzano i ricercatori, si potrebbe spiegare l’effetto benefico sull’umore documentato in precedenti osservazioni epidemiologiche. Non è un collegamento causale ancora dimostrato, ma l’ipotesi è solida: un microbiota più diversificato e ricco di batteri “anti-infiammatori” produce metaboliti in grado di agire sui recettori cerebrali della serotonina e del GABA. Tra l’altro, lo studio ha notato una correlazione lineare tra quantità di caffè consumato e alcuni marcatori di benessere psicologico auto-riferiti, senza però raggiungere soglie critiche di ansia o nervosismo – quelle che invece un’assunzione eccessiva di caffeina può scatenare. Il messaggio, per i consumatori più accaniti, non è quindi quello di esagerare, bensì di considerare il caffè come un alimento funzionale a tutti gli effetti.

Nero, amaro e con una marcia in più per la salute

La ricerca guidata da Cryan non fornisce ancora indicazioni terapeutiche, né tantomeno suggerisce di trasformare la pausa caffè in un atto medico. Tuttavia, aiuta a fare chiarezza su un punto che molti nutrizionisti sospettavano: l’effetto della bevanda non si esaurisce nella mezz’ora successiva alla tazza, ma si prolunga attraverso una lenta opera di modulazione batterica. Per chi già amava il rito senza sentirsi troppo in colpa per l’abitudine, arriva una conferma inattesa; per chi invece temeva conseguenze gastriche o nervose, arriva l’indicazione a non generalizzare, perché non tutto il caffè è uguale, e non tutte le persone rispondono allo stesso modo. Resta il fatto che, ancora una volta, il caffè si conferma una delle sostanze più studiate – e meno comprese – della nostra dieta quotidiana.

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