Microbiota intestinale, la ricerca italiana che apre alla cura per l'epilessia resistente

Microbiota intestinale, la ricerca italiana che apre alla cura per l'epilessia resistente
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Redazione Salute Redazione Salute   -   Una nuova frontiera terapeutica per l'epilessia farmacoresistente, quella che colpisce circa un terzo dei pazienti per i quali i farmaci tradizionali non bastano, potrebbe nascondersi nell’intestino. A suggerirlo è uno studio preclinico di rilievo, coordinato dall’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri Irccs e condotto in collaborazione con l'Irccs Istituto Giannina Gaslini di Genova e l'ateneo del capoluogo ligure.

La ricerca, i cui dettagli sono stati diffusi dall'agenzia Adnkronos, si concentra sul ruolo degli acidi grassi a catena corta, molecole prodotte naturalmente dalla flora batterica intestinale, e sulla loro capacità di influenzare il decorso di una patologia neurologica complessa come l'epilessia.

L'asse intestino-cervello al centro della speranza

L'epilessia è una condizione neurologica caratterizzata da un'attività elettrica cerebrale anomala che si manifesta con crisi ricorrenti. Ma il cervello non è un'isola: comunica costantemente con il resto dell'organismo e, in particolare, con il sistema digestivo. Questo dialogo bidirezionale, noto come asse intestino-cervello, è il fulcro della strategia sperimentale del team italiano.

I ricercatori hanno osservato che una specifica miscela di acidi grassi a catena corta, prodotta dal microbiota intestinale, è in grado di rallentare la progressione della malattia nei modelli animali e di migliorare i deficit cognitivi che spesso accompagnano i quadri clinici più gravi. Si tratta di un meccanismo d'azione promettente, che apre a un approccio terapeutico innovativo, basato non su un farmaco sintetico, ma su molecole endogene prodotte dal nostro organismo.

Un esercito di "farmacologi domestici"

L'immagine suggerita per descrivere questo processo è efficace: quella di un vero e proprio esercito di "farmacologi domestici" che abitano il nostro intestino e che, se opportunamente "educati", potrebbero offrire un contributo concreto nella lotta a una malattia debilitante. L'epilessia farmacoresistente rappresenta una sfida clinica importante, poiché costringe pazienti e medici a cercare soluzioni alternative, a volte invasive, come la chirurgia o l'impianto di pacemaker cerebrali.

La prospettiva di poter contare su una terapia di supporto basata sulla modulazione del microbiota, magari attraverso l'integrazione di questi acidi grassi, potrebbe cambiare radicalmente l'approccio alla malattia. La ricerca italiana si inserisce in un filone di studi internazionali che stanno esplorando il legame tra metabolismo, infiammazione e malattie neurodegenerative, aprendo la strada a nuove possibilità di intervento anche per altre patologie.

Il ruolo del glucosio e il decadimento cognitivo

In parallelo, altre ricerche rafforzano l'ipotesi che la salute del cervello sia profondamente influenzata da processi metabolici che avvengono lontano dal sistema nervoso centrale. Uno studio pubblicato su 'Molecular Psychiatry' e condotto tra l'Università di Jilin e l'Università Medica Cinese ha associato livelli elevati di glucosio nel sangue a un invecchiamento più rapido delle strutture cerebrali, con una riduzione di volume particolarmente evidente dopo i 30-40 anni.

Questa evidenza si lega a un'altra osservazione, emersa da un modello murino, secondo cui parte del declino cognitivo legato all'età potrebbe dipendere da un dialogo alterato tra intestino e cervello. Questi studi, sebbene condotti su animali o su dati di neuroimaging, convergono nell'indicare che la dieta, il metabolismo e la composizione del microbiota sono fattori modificabili su cui è possibile agire per proteggere la salute cognitiva, offrendo una prospettiva concreta per rallentare un deterioramento che molti ritengono inevitabile.

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