Scoperto il legame biologico tra infiammazione intestinale e Alzheimer
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Redazione Salute
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Un nuovo e significativo studio, pubblicato sulla rivista “Alzheimer’s & Dementia: The Journal of the Alzheimer’s Association”, ha svelato i precisi meccanismi biologici che legano le patologie infiammatorie intestinali a un rischio maggiore di sviluppare malattie neurodegenerative, come l’Alzheimer. La ricerca, un lavoro biennale che ha visto la collaborazione di sei laboratori accademici italiani ed è stata sostenuta da finanziamenti internazionali dell’Alzheimer Association statunitense, è stata coordinata da Cristina Lanni del Dipartimento di Scienze del Farmaco dell’Università di Pavia. I risultati, che gettano una luce inedita sul complesso “asse intestino-cervello”, indicano come l’infiammazione cronica dell’intestino possa innescare una serie di processi che, viaggiando attraverso il corpo, finiscono per alterare la fisiologia cerebrale, rendendola più vulnerabile.
Il dialogo costante tra due organi distanti
Il cervello e l’intestino, sebbene anatomicamente separati, comunicano ininterrottamente attraverso un dialogo biochimico e neurale, le cui implicazioni per la salute generale si stanno rivelando sempre più profonde. Lo studio in questione, il quale rafforza con solide evidenze sperimentali un’ipotesi già circolante in ambito scientifico, dimostra che questa connessione va ben oltre una semplice correlazione. L’infiammazione intestinale, infatti, non rimane confinata dove ha origine ma, come un messaggio inviato attraverso una rete di comunicazione interna all’organismo, riesce a raggiungere e influenzare le funzioni del sistema nervoso centrale, modificandone alcuni equilibri fondamentali.
Oltre i cinque sensi tradizionali
Se la filosofia aristotelica ha codificato per secoli la dottrina dei cinque sensi – il gusto, l’olfatto, l’udito, il tatto e la vista – la scienza moderna sta progressivamente scoprendo che la nostra percezione del corpo e del suo funzionamento è più articolata. La ricerca guidata dall’Università di Pavia sembra aprire la strada all’identificazione di una sorta di “sesto senso”, di natura batterica, che agisce come una sentinella costante. Questo sistema, che coinvolge il microbiota intestinale e il suo dialogo con il sistema immunitario, è in grado di rilevare stati di alterazione interna, come un’infiammazione persistente, e di trasmettere questo allarme fino al cervello, innescando delle risposte che, a lungo andare, possono rivelarsi dannose.
Le implicazioni di una scoperta strutturata
La portata della scoperta non risiede soltanto nell’aver identificato un nesso, ma nell’averne mappato i percorsi biologici specifici, un passo cruciale per qualsiasi futuro sviluppo terapeutico. Il lavoro dei ricercatori, che hanno impiegato due anni per giungere a questi risultati, delinea un modello in cui le molecole infiammatorie prodotte nell’intestino agiscono a distanza, creando un ambiente cerebrale favorevole all’accumulo di quelle proteine tossiche, come la beta-amiloide, la cui presenza è una caratteristica distintiva della malattia di Alzheimer. Si delinea così, con maggiore chiarezza, il motivo per cui chi soffre di disturbi cronici intestinali potrebbe presentare una suscettibilità accresciuta verso certe patologie neurodegenerative.




