Il sorteggio dei giudici, il Csm sdoppiato e la scheda verde: ecco cosa cambia con il referendum

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Le urne sono aperte da questa mattina, domenica 22 marzo, e lo resteranno fino alle quindici di domani, lunedì 23, per un appuntamento elettorale che, al di là delle consuete e spesso sterili polemiche politiche, presenta un’architettura istituzionale profondamente innovativa. Al centro della scheda verde, che i circa 51 milioni di aventi diritto sono chiamati a ritirare per esprimere il proprio voto, c’è una legge di revisione costituzionale che, se confermata, riscriverebbe le regole fondamentali dell’ordinamento giudiziario. Si tratta di un referendum cosiddetto “confermativo”, privo di quorum: il risultato sarà valido indipendentemente dall’affluenza, e sarà sufficiente un solo voto di scarto per determinare l’esito, rendendo ogni singola scheda potenzialmente decisiva per il futuro della magistratura.

Il cuore dell’intervento, sebbene il dibattito si sia spesso concentrato su altre questioni, risiede nella separazione netta delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Oggi, nonostante una riforma recente abbia già limitato il passaggio da un ruolo all’altro (consentendolo una sola volta nei primi dieci anni e con trasferimento di regione), la possibilità di cambio esiste. La riforma intende eliminarla definitivamente, imponendo una scelta al momento dell’ingresso in magistratura tra la funzione giudicante – quella del giudice terzo – e quella requirente – quella del pm che indaga e accusa. Le motivazioni addotte dai sostenitori, tra cui il ministro della Giustizia Carlo Nordio, ruotano attorno al concetto di terzietà: solo con percorsi di formazione, concorsi e carriere completamente distinti si può garantire al cittadino un giudice che valuti in posizione di assoluta equidistanza le ragioni di accusa e difesa. Una posizione, quella del guardasigilli, che ha spesso acceso il confronto con l’Associazione Nazionale Magistrati (Anm), la quale, nelle ultime settimane, ha ribadito con forza la contrarietà alla riforma.

Lo sdoppiamento del Csm e il sorteggio per i togati

A questo primo pilastro si lega inevitabilmente il secondo, ovvero la profonda riorganizzazione dell’autogoverno della magistratura. L’attuale Consiglio superiore della magistratura (Csm), unico e presieduto dal presidente della Repubblica, verrebbe sdoppiato in due consessi distinti: uno dedicato ai giudici e l’altro ai pubblici ministeri. L’obiettivo dichiarato è quello di recidere ogni possibile legame amministrativo o di influenza reciproca tra le due carriere, dando attuazione pratica alla separazione delle funzioni. Tuttavia, l’aspetto che ha generato maggiore attenzione, e anche più di una perplessità all’interno dello stesso ambiente giuridico, riguarda il metodo di selezione dei componenti di questi nuovi organi.

La riforma prevede infatti l’introduzione del sorteggio. Se per i membri laici – i cosiddetti “laici” eletti dal Parlamento in seduta comune – si parla di un sorteggio “temperato” all’interno di un elenco predefinito di giuristi, per i magistrati la svolta è radicale: i componenti togati dei due Csm non verrebbero più eletti dai propri colleghi, ma estratti a sorte tra tutti i magistrati in possesso dei requisiti. Chi sostiene questa innovazione, come il vicesegretario provinciale di Forza Italia Teodoro Manfreda, la interpreta come uno strumento per scardinare definitivamente il potere delle correnti interne alla magistratura, restituendo casualità e, presumibilmente, maggiore indipendenza agli organi di governo. Dall’altra parte, la critica – espressa in modo chiaro anche da esponenti dell’Anm – è che il sorteggio rappresenti una “mortificazione” del elettorale dei magistrati, privato del diritto di scegliere i propri rappresentanti, e che rischi di rendere la componente laica, nominata dalla politica, più forte rispetto a quella togata, frammentata dal caso.

L’Alta corte disciplinare e il nodo della rappresentatività

A completare il nuovo assetto è prevista l’istituzione di un’Alta corte disciplinare, un organo che andrebbe a sostituire l’attuale sezione disciplinare del Csm. Composta da quindici membri – tre nominati dal Capo dello Stato, tre estratti a sorte da un elenco parlamentare, sei estratti a sorte tra i giudici e tre tra i pubblici ministeri – questa corte avrebbe il compito di giudicare gli illeciti professionali dei magistrati, separando così la gestione della carriera dalla potestà punitiva. I detrattori, come l’avvocato Guido Cardello, definiscono questa parte della riforma “assurda e farraginosa”, sostenendo che la creazione di due Csm separati e di un’Alta corte esterna non farebbe altro che indebolire l’indipendenza del potere giudiziario, rendendolo più esposto a influenze esterne. Le parole del presidente dell’Anm, Giuseppe Parodi, e di altri esponenti della magistratura hanno più volte ribadito il timore che questo meccanismo, anziché garantire imparzialità, possa aprire la strada a un controllo politico sugli uffici giudiziari.

In questo contesto, la posizione espressa dal magistrato Giancarlo Capecchi – figura nota nell’ambiente giudiziario torinese – fornisce un’interessante chiave di lettura sul fronte interno alla riforma. Capecchi, che ricopre funzioni giudicanti, ha sostenuto che l’attuale sistema di formazione e valutazione non distingue a sufficienza tra il ruolo del giudice, che dovrebbe essere terzo, e quello del pubblico ministero, che dovrebbe essere formato per svolgere indagini senza che questo influenzi la carriera. Una riflessione che si inserisce perfettamente nella cornice del “sì”, sebbene la sua posizione personale rappresenti una voce non maggioritaria all’interno di un’associazione di categoria, l’Anm, che si è schierata compattamente per il “no” e che vede aderire circa il novanta per cento dei magistrati italiani.

I numeri del cambiamento e la scelta in cabina elettorale

Ciò che rende la posta in gioco particolarmente alta è la circostanza, sottolineata più volte durante la campagna referendaria, che i passaggi di funzione tra pm e giudici rappresentano oggi un fenomeno statisticamente residuale. Secondo le ricostruzioni fornite dai comitati per il “no”, si tratterebbe di una percentuale compresa tra lo 0,2 e lo 0,8 per cento annuo, un dato che ha portato molti critici a chiedersi se sia davvero necessario modificare ben sette articoli della Costituzione per un’evenienza così rara. In una delle ultime puntate di “Propaganda Live” su La7, il sociologo Nando Dalla Chiesa ha rilanciato proprio questa critica, ironizzando sul fatto che si voglia cambiare la Carta fondamentale per una frazione irrisoria dei magistrati.

Al di là delle percentuali e delle cifre, il referendum di questi due giorni rappresenta una scelta netta tra due visioni opposte dell’ordinamento. Da un lato, quella espressa dal governo e dai partiti di maggioranza, che vedono nella separazione dei ruoli e nel sorteggio un rimedio alla promiscuità tra giudici e pm e al potere delle correnti, nell’ottica di un “giusto processo” maggiormente garantista. Dall’altro, la posizione di chi, come il Partito Democratico e gran parte delle opposizioni, difende l’unicità dell’ordine giudiziario come un baluardo storico, una garanzia di indipendenza che, se spezzata, rischierebbe di consegnare la magistratura a logiche di controllo politico difficilmente reversibili. Con il presidente della Repubblica che continuerebbe a presiedere i due nuovi Csm, la parola spetta ora ai cittadini, chiamati a esprimere la loro volontà su un impianto che ridefinisce il rapporto tra politica e giustizia.

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