Referendum giustizia, domani e lunedì si vota: nel segno della separazione delle carriere e del Csm sdoppiato
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Redazione Interno
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È un quesito che, a una prima lettura, appare volutamente ostico, quasi scolastico nella sua meticolosità, quello che gli italiani troveranno domenica 22 e lunedì 23 marzo nella cabina elettorale: “Approvate il testo della legge di revisione degli artt. 87, decimo comma, 102, primo comma, 104, 105, 106, terzo comma, 107, primo comma, e 110 della Costituzione approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025 (...)?”, un elenco puntuale di norme fondamentali – dalla figura del Capo dello Stato all’ordinamento giurisdizionale – che il Parlamento ha riscritto nell’autunno scorso e che ora l’elettorato è chiamato a confermare o a respingere in blocco.
Si tratta di un referendum costituzionale confermativo, il primo della sua specie dopo la riforma del 2001, e come tale non necessita del raggiungimento di un quorum per essere valido: il risultato sarà determinato dalla maggioranza dei voti espressi, a prescindere dall’affluenza, un aspetto che ha accentuato la mobilitazione dei comitati nelle ultime settimane. A differenza del referendum abrogativo, insomma, dove l’astensione può diventare una strategia politica, in questo caso il peso di ogni singola scheda è deterministico, e i due fronti si sono mossi di conseguenza per portare gli elettori ai seggi, aperti dalle 7 alle 23 di domenica e dalle 7 alle 15 di lunedì.
Al centro della consultazione, tre pilastri architettonici che ridisegnano il volto della magistratura italiana: la separazione netta delle carriere tra chi accusa (i pubblici ministeri) e chi giudica (i giudici), lo sdoppiamento del Consiglio Superiore della Magistratura (Csm) in due organi distinti – uno per i requirenti e uno per i giudicanti – e l’istituzione di una nuova Alta Corte disciplinare, che sottrae ai consigli attuali la competenza sui procedimenti interni ai magistrati. La riforma, fortemente voluta dal governo e dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, modifica sette articoli della Carta, dalla prima parte del 102 fino al 110, passando per la rivoluzionaria riscrittura degli articoli 104 e 105, che da sempre garantivano l’autogoverno unitario della magistratura.
L’architettura del voto e i numeri di un Paese in movimento
I dati logistici parlano di un’operazione imponente: in provincia di Savona, per esempio, saranno allestiti 308 seggi per accogliere oltre 213mila aventi diritto, mentre nel bolognese si sfiorano i 290mila cittadini chiamati a esprimersi, sebbene con una piccola, ma significativa, novità amministrativa. Per la prima volta, in questa consultazione, le liste elettorali non saranno più suddivise per genere maschile e femminile, ma ordinate alfabeticamente in due sezioni distinte (A-L e M-Z), un adeguamento normativo approvato nel 2025 che rende più fluida l’operazione di scrutinio e che riflette una modernizzazione degli strumenti burocratici dello Stato.
Sostanzialmente, se a vincere sarà il “Sì”, la figura del magistrato italiano, oggi unitaria e caratterizzata dalla possibilità (ormai molto limitata) di passare dalla scrivania del pm a quella del giudice, verrà cancellata per sempre. Il nuovo articolo 102 della Costituzione stabilirà che “i magistrati si distinguono per le funzioni giudicanti e requirenti”, creando due carriere parallele e non più comunicanti. Parallelamente, il Csm, che oggi rappresenta l’organo di garanzia dell’indipendenza dall’esecutivo, verrebbe sdoppiato: due consigli distinti, composti con un meccanismo che prevede il sorteggio per i membri togati e un sorteggio temperato per i laici, questi ultimi scelti dal Parlamento, un aspetto che secondo i critici potrebbe aumentare il peso della politica nella selezione.
La posta in gioco e gli snodi del dibattito pubblico
L’aspetto forse più tecnico, ma non meno incisivo, riguarda l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare, un organismo di rango costituzionale destinato a giudicare gli illeciti professionali dei magistrati. Oggi, questa competenza spetta alla sezione disciplinare del Csm unico; domani, con il Sì, sarebbe affidata a un organo terzo, composto anch’esso con un meccanismo di sorteggio, un cambiamento che alcuni costituzionalisti hanno letto come un segnale di sfiducia nei confronti dell’autogoverno della toga.
Durante la campagna referendaria, gli argomenti a sostegno del “Sì” hanno insistito sulla necessità di rompere la logica delle correnti, quelle aggregazioni interne alla magistratura accusate – come emerso dall’inchiesta Palamara – di spartizioni di potere e nomine pilotate, utilizzando il sorteggio come strumento di depoliticizzazione e il doppio Csm come garanzia di terzietà del giudice rispetto all’accusa. Dall’altra parte, i comitati per il “No” hanno invece ribaltato la prospettiva, definendo la riforma un’operazione che rischia di “assoggettare la magistratura al controllo della politica”, senza risolvere i problemi endemici del settore come la durata dei processi o la cronica carenza di personale amministrativo.
Il dibattito ha attraversato anche le università e le istituzioni: all’Università Magna Graecia di Catanzaro, per esempio, si sono confrontati pubblicamente i sottosegretari Delmastro e Ferro (favorevoli al Sì) con il procuratore di Crotone e il costituzionalista Lollo, che hanno invece espresso critiche nette sul metodo e sul merito del provvedimento. Nel frattempo, le divisioni politiche si sono fatte profonde: se da un lato il governo e le forze di maggioranza hanno sostenuto la riforma, dall’altro il centrosinistra si è spaccato, con esponenti del Pd e persino del Movimento 5 Stelle – come Roberto Traversi – che hanno rivendicato pubblicamente la loro intenzione di votare Sì, citando la necessità di superare le “logiche spartitorie” che in passato lo stesso M5s aveva denunciato.




