Il dott. Francesco Messina a Barletta e la rimonta del No: il referendum sulla giustizia tra sondaggi e nodi costituzionali
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Redazione Interno
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La campagna referendaria, che condurrà gli italiani alle urne il 22 e il 23 marzo per esprimersi sulla riforma Nordio – quella che introduce la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti, il sorteggio dei componenti togati dei due nuovi Consigli superiori e l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare –, registra in queste settimane un fenomeno statistico che gli analisti di YouTrend, incrociando i dati rilevati per SkyTg24, non esitano a definire un sorpasso -3-7.
Non si tratta, è bene precisarlo, di un verdetto popolare né tantomeno di una proiezione definitiva; si tratta però di una tendenza, quella che vede il fronte dei contrari guadagnare terreno fino a raggiungere il 51,1 per cento delle preferenze tra i votanti sicuri, una curva ascendente che ridisegna il perimetro del confronto pubblico.
A Barletta, città che in questa tornata referendaria sembra essersi ritagliata un ruolo non marginale nella dialettica tra le opposte ragioni, il dibattito ha assunto i contorni di un’analisi giuridica puntuale grazie all’intervento del dott. Francesco Messina. Magistrato dal 1991, oggi consigliere presso la Corte d’Appello di Lecce, Messina – barlettano di origine – ha preso la parola prima nel corso della costituzione del Comitato per il No presso la camera del lavoro della Cgil, e successivamente in un incontro pubblico promosso da Rete Civica Barletta e Libera, tenutosi il 3 febbraio in un locale di corso Garibaldi -2-6-10.
L’impianto argomentativo del magistrato, che pure proviene dalle stesse file della categoria oggetto della riforma, non si è limitato a una difesa rativa dell’status quo, ma ha invece scavato nella struttura portante della legge costituzionale per metterne in luce, a suo avviso, le criticità sistemiche.
La separazione delle carriere, sostiene Messina, è già una realtà funzionale: il passaggio da uffici requirenti a quelli giudicanti è statisticamente irrisorio, inferiore all’uno per cento del personale di magistratura, e tale mobilità è comunque condizionata da un cambio di regione e da una valutazione del Consiglio superiore -9. L’intervento normativo, lungi dal risolvere le storture che affliggono la giustizia italiana – l’eccessiva durata dei processi su tutti, ma anche la cronica carenza di organico e la farraginosità burocratica –, finirebbe per aggredire invece l’assetto valoriale disegnato dai costituenti.
Il punto focale, ribadito dallo stesso Messina negli interventi barlettani, non è tanto la separazione in sé quanto lo spacchettamento dell’organo di autogoverno. La creazione di due distinti Consigli superiori della magistratura – uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri – affiancati da una Alta Corte disciplinare composta in maggioranza da membri laici, triplicherebbe i costi e, quel che più conta, polverizzerebbe quel principio di unità della giurisdizione che garantisce al pubblico ministero, diversamente dall’avvocato di parte, il dovere di ricercare anche le prove favorevoli all’indagato -9.
Sul versante opposto, il governo e i promotori del Sì – tra cui spicca il recente endorsement di Marina Berlusconi, che in un’intervista al Corriere della Sera ha parlato della necessità di «spezzare un giogo che soffoca tutti» – cercano di riportare il baricentro della campagna sul principio della terzietà del giudice -8. La riforma, in questa lettura, non sarebbe affatto una resa dei conti con la magistratura, ma l’occasione per liberare il giudicante dal condizionamento, reale o presunto, esercitato dalle correnti attraverso il meccanismo elettorale del Csm.
Il clima, tuttavia, si è fatto incandescente. Il ministro Nordio, intervenuto in televisione, ha accusato la magistratura di «invadenza» e ha definito l’obbligatorietà dell’azione penale – pilastro costituzionale – come una fonte di «arbitrarietà» da correggere con linee guida omogenee; dichiarazioni che hanno messo in forte imbarazzo quella frangia di centrosinistra, già minoritaria, schierata per il Sì -8.
La querelle sulla data e la riformulazione del quesito
Alle torsioni retoriche della propaganda si è sovrapposto, nelle scorse settimane, un vero e proprio ginepraio giudiziario-amministrativo. Il Comitato dei quindici cittadini – espressione dei promotori del No – aveva infatti avviato una raccolta firme parallela per richiedere l’indizione del referendum, tentativo interpretato come una manovra dilatoria per posticipare la consultazione e guadagnare tempo nella campagna informativa -3-5.
La mossa non ha sortito l’effetto sperato: il Consiglio dei ministri, dopo aver ricevuto il visto del Quirinale, ha blindato il calendario al 22 e 23 marzo, mentre la Cassazione – nell’accogliere la formulazione alternativa del quesito – ne ha imposto una riscrittura che specifica gli articoli della Costituzione oggetto di modifica -1-5.
Una decisione, quest’ultima, che ha scatenato reazioni politiche virulente. Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, ha criticato aspramente i giudici di legittimità, accusandoli di faziosità e sottolineando come uno di loro, Alfredo Guardiano, fosse nel frattempo moderatore di un convegno per il No; parole che il primo presidente della Cassazione, Pasquale D’Ascola, ha definito «illazioni intollerabili sul piano personale» -5.
La campagna referendaria, insomma, si allontana sempre più dalla tectonica delle norme per scivolare nel torbido dello scontro istituzionale, laddove i sondaggi – presi con la cautela che meritano strumenti campionari privi di quorum – certificano l’unica certezza che i politici sembrano avere: il divario si è assottigliato, e l’esito della consultazione, a quaranta giorni dal voto, è letteralmente appeso a quel 48,9 per cento di Sì che insegue un No in leggero ma costante vantaggio -3.




