Genova, nuovo cedimento in via Napoli: il Comune chiude il parco Gavoglio

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   L’instabilità idrogeologica che affligge la collina del Lagaccio, a Genova, non accenna a dare tregua. Nella mattina di domenica 22 febbraio, un ulteriore movimento franoso si è verificato in via Napoli, la stessa strada già teatro, lo scorso 19 febbraio, del cedimento di un imponente muraglione che aveva reso necessario lo sgombero di 52 residenti del civico 72. Il nuovo smottamento, che ha interessato una porzione di terreno adiacente all’area già dissestata, è stato registrato intorno alle 10, e sebbene le dimensioni del fronte in allargamento non appaiano, da una prima ricognizione, particolarmente estese, l’evento ha imposto l’adozione di misure precauzionali immediate da parte delle autorità cittadine. Sul luogo, dove i vigili del fuoco e la polizia locale sono prontamente intervenuti per i necessari rilievi e per la gestione della viabilità, si è recato l’assessore comunale alla Protezione civile, Massimo Ferrante, il quale ha potuto constatare di persona l’aggravarsi di una situazione che, di ora in ora, rivela tutta la sua complessità.

Una chiusura totale decisa per garantire l’incolumità pubblica

La conseguenza immediata del nuovo cedimento, che di fatto allarga il perimetro del fronte franoso verso valle, è stata la chiusura integrale del Parco Gavoglio, l’ampia area verde che si estende proprio al di sotto del costone interessato dagli smottamenti. La decisione, ufficializzata dall’assessore Ferrante al termine di un sopralluogo effettuato con gli agenti della polizia locale, è maturata dalla constatazione che le transenne posizionate nei giorni scorsi per interdire le zone ritenute a rischio, in particolare l’area giochi, non si erano rivelate sufficienti a dissuadere alcuni frequentatori dall’introdursi ugualmente nel parco. Per scongiurare qualsiasi potenziale pericolo per i passanti, visto che il versante continua a manifestare segni di cedimento, si è quindi optato per la serrata totale e immediata dello spazio pubblico, in attesa di un quadro più chiaro e definitivo sulla stabilità dell’intero versante. L’episodio di cronaca odierno giunge, non casualmente, alla vigilia dell’avvio di una campagna diagnostica approfondita, programmata per lunedì 23 febbraio, che prevede l’installazione di fessurimetri sul palazzo sovrastante per monitorare anche i più impercettibili movimenti strutturali, i cui primi esiti sono attesi nell’arco di una settimana o dieci giorni.

Il fragile equilibrio di un territorio costruito sui terrapieni

Il ripetersi di questi eventi in un arco di tempo così ristretto riporta drammaticamente l’attenzione sulla natura complessa e delicata del tessuto urbano genovese, costretto a svilupparsi in un contesto orografico che storicamente ha richiesto un continuo e aggressivo rimodellamento dei versanti. Lo stesso assessore Ferrante, nei giorni immediatamente successivi al primo crollo, aveva sottolineato come molti edifici cittadini poggino su terrapieni realizzati con muraglioni in cemento armato, una tecnologia che, dopo sei o sette decenni, tende a mostrare i segni del tempo a causa della corrosione delle armature metalliche. Una fragilità, questa, che si somma a quella di strutture molto più antiche, risalenti all’Ottocento, diffuse in quartieri come Castelletto, dove solo venerdì scorso un altro muro di contenimento è collassato in passo Caporale Pietro Barsanti, causando una fuga di gas e danni a due abitazioni. Si delinea così il quadro di una città sospesa, dove il confine tra la normalità e l’emergenza è segnato da manufatti edilizi invecchiati e da un territorio che, saturo d’acqua dopo le piogge, torna a reclamare il suo spazio.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.