Gaza, l’asfalto che nasce dalla polvere: la striscia si ricostruisce con le macerie della guerra

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre nei salotti della diplomazia a stelle e strisce il cosiddetto “Board of Peace” discute ancora su come implementare le prossime – e da molti ritenute fragili – tappe del cessate il fuoco, la crisi umanitaria non ha certo concesso tregue alla popolazione di Gaza. Anzi, la necessità di ricostruire quanto è stato raso al suolo diventa ogni giorno più impellente, soprattutto laddove i finanziamenti internazionali latitano e i piani Marshall per l’enclave restano carta straccia. In questo vuoto di potere e di aiuti concreti, sono gli stessi palestinesi ad aver rotto l’immobilismo, rimboccandosi le maniche per fare da sé: stanno letteralmente risollevando le strade dalle ceneri del conflitto, utilizzando i detriti delle case e degli edifici demoliti come materia prima per il futuro.

Riciclare le macerie per ricostruire le strade

Chiodi, serrature, legno, plastica, ma soprattutto cemento e acciaio: la lista degli articoli il cui ingresso a Gaza è stato vietato da Israele è lunghissima, e questo embargo de facto ha costretto gli abitanti a una paradossale quanto ingegnosa soluzione di emergenza, che potremmo definire di “riciclaggio forzato”. Secondo i dati dell’Ufficio stampa del governo di Gaza, circa il 90% delle abitazioni risulta completamente o parzialmente distrutto, e di fronte a queste cifre – unite alle severe restrizioni all’ingresso di materiali essenziali – la sopravvivenza ha preso la via dell’alternativa. A Khan Yunis, come in altre aree della Striscia, squadre di operai palestinesi stanno quindi manovrando macchinari pesanti per frantumare cumuli di cemento e separare il metallo, trasformando ciò che era maceria bellica in ghiaia utile per la pavimentazione.

L’enorme operazione di sgombero postbellico

A spiegare la portata titanica dell’impresa è Alessandro Mrakic, capo dell’ufficio del Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP) a Gaza, il quale ha recentemente dichiarato che il territorio si trova davanti a una delle più grandi operazioni di sgombero postbellico della storia contemporanea. Le stime parlano di circa 61 milioni di tonnellate di detriti disseminati lungo la Striscia. Un ammasso di macerie che non solo impedisce la viabilità e l’accesso ai servizi essenziali come ospedali e pozzi per l’acqua, ma rappresenta anche un grave rischio per la sicurezza, nascondendo spesso ordigni inesplosi che devono essere bonificati in coordinamento con il servizio di sminamento dell’ONU.

Finora, e il condizionale è d’obbligo, ne sono state rimosse circa 287mila tonnellate. Un numero che, nelle parole dello stesso Mrakic, rappresenta solo la “punta dell’iceberg”. Il progetto, che gode del coordinamento dell’ONU, mira a ripristinare la viabilità e, nelle speranze della popolazione, rappresenta quel primo, seppur minimo, passo verso la rinascita delle proprie città. L’asfalto che nasce dalle macerie raccolte e riciclate sta già ridando forma a tratti della strada Salah al-Din, una delle arterie principali necessaria al trasporto di persone e merci.

La guerra dei divieti e le risorse inesplose

Non si tratta solo di una questione di volontà o di forza lavoro. Il riciclaggio dei detriti è un’attività estremamente dispendiosa in termini di risorse e, soprattutto, di carburante per i macchinari pesanti. Secondo le valutazioni dell’UNDP, riprese da diverse agenzie internazionali, la rimozione completa dei 61 milioni di tonnellate potrebbe richiedere fino a sette anni, ma questo timeline ottimistico si scontra con la realtà quotidiana delle restrizioni imposte da Israele. L’accesso accelerato e senza ostacoli ai macchinari pesanti, così come un approvvigionamento costante di gasolio, sono elementi che mancano drammaticamente o vengono spesso bloccati ai valichi di frontiera. E mentre a livello macro si discute, nei fatti la popolazione è costretta a scavare tra le macerie anche a costo della propria incolumità, consapevole che, come ha osservato un abitante sfollato a Khan Younis, la guerra vera è appena iniziata: quella della ricostruzione. Una ricostruzione che, secondo una valutazione congiunta di Unione Europea, Nazioni Unite e Banca Mondiale, necessiterebbe di circa 71,4 miliardi di dollari nel prossimo decennio per sanare le ferite dell’intera Striscia.

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