La coppia morta in tenda ad Ascoli: il Comune ricostruisce i mesi di assistenza, dall’albergo al rifiuto di un alloggio

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   Il ritrovamento dei corpi senza vita di Maria Alejandra Nigrotti, trentaduenne di origine colombiana, ed Evandro Maravalli, ventinovenne brasiliano, avvenuto sabato mattina all’interno di una tenda montata sul greto del fiume Tronto, ad Ascoli Piceno, ha aperto una ferita profonda nel tessuto cittadino, una ferita che sanguina non solo per la scomparsa di due giovani vite – e con loro del bambino che la donna portava in grembo, al termine di una gravidanza giunta ormai all’ottavo mese – ma anche per gli interrogativi che questa tragedia si lascia dietro, come una scia amara fatta di “se” e di “ma”. Nell’immediatezza della notizia, mentre i soccorritori si trovavano ancora davanti alla scena che si era parata loro agli occhi, quella tenda di pochissimi metri quadrati che per la coppia rappresentava l’estremo riparo, i pubblici uffici di Palazzo Arengo hanno preferito il silenzio, un silenzio carico di rispetto per il dolore che inevitabilmente avrebbe travolto chiunque, ma anche, forse, di consapevolezza che presto avrebbero dovuto fare i conti con un’ondata di polemiche destinata a montare. E infatti, puntuali come la cronaca amara insegna, sui social network il dibattito si è acceso violento: c’è chi ha parlato di abbandono, chi di inefficienza, chi ha puntato il dito contro i servizi sociali, accusati di non aver fatto abbastanza per strappare quei due ragazzi e il loro bambino non ancora nato da una condizione di indigenza che appariva, agli occhi di molti, come una condanna scritta.

Di fronte a questa narrativa che rischiava di cristallizzarsi in una condanna sommaria, l’amministrazione comunale ha rotto gli indugi nella giornata di ieri, diffondendo una nota dettagliata che ripercorre, mese dopo mese, il rapporto intercorso tra la coppia e la macchina dell’assistenza. Una ricostruzione, quella fornita dall’Arengo, che restituisce l’immagine di una presa in carico tutt’altro che assente, anzi, piuttosto articolata e protratta nel tempo, ma che al contempo lascia intravedere le crepe di un sistema, o forse più semplicemente le scelte, incomprensibili e tragiche, di due individui. Era lo scorso 31 ottobre quando Alejandra, come viene chiamata affettuosamente da chi la conosceva, varcò per la prima volta la soglia dello sportello dei servizi sociali, accompagnata da Evandro. Alla vista di quello stato di gravidanza così avanzato, l’assistente sociale – si legge nella nota – si attivò con immediatezza per reperire una sistemazione temporanea, un albergo o un bed and breakfast, una soluzione che avrebbe dovuto sottrarre la donna ai rigori dell’imminente inverno.

E qui si inserisce il primo nodo della vicenda, quello che rende la storia di Alejandra ed Evandro lontana anni luce da una semplice narrazione di vittime passive: la proposta, stando alla ricostruzione comunale, incontrò inizialmente un rifiuto. Fu solo dopo un passaggio, una trattativa umana fatta di parole e di timori, che la donna accettò il trasferimento in una struttura ricettiva, un luogo dove venne accompagnata materialmente da due assistenti sociali e da una pattuglia della polizia locale, a testimonianza di un intervento che voleva essere concreto e pervasivo. Quella permanenza in bed and breakfast durò fino al 5 dicembre, data dopo la quale Alejandra venne accolta dal Centro Accoglienza Vita all’interno del Villaggio Santa Marta, una struttura che i servizi sociali avevano coinvolto fin dall’inizio nel tentativo di costruire un percorso solido. E il percorso, sulla carta, proseguiva: il 10 febbraio, appena undici giorni prima della tragedia, la giovane si ripresentò agli uffici insieme alla presidente del Centro che la ospitava, proprio per rinnovare la sua permanenza gratuita in quell’alloggio protetto, un gesto che dimostra un contatto costante e, apparentemente, una volontà di collaborazione.

La scelta di vivere ai margini e la trappola del monossido

Ma se per Alejandra esisteva una rete, un percorso assistenziale delineato e apparentemente accettato, la posizione di Evandro Maravalli era diversa, più sfuggente, e forse proprio questa diversità ha rappresentato l’anello debole di una catena che si voleva costruire. Lui, ventinovenne di origine brasiliana, dichiarò fin da subito ai servizi sociali che avrebbe provveduto autonomamente alla propria sistemazione, una dichiarazione che – come riferito dalla stessa Alejandra agli assistenti – trovava riscontro nel fatto che l’uomo sarebbe stato ospitato da amici. Una sistemazione precaria, certo, ma che aveva tutte le parvenze di una scelta, magari dettata da orgoglio o dalla difficoltà di sottostare a regole che non sentiva proprie. E mentre Evandro sceglieva i divani degli amici, Alejandra, pur avendo un tetto al Villaggio Santa Marta, continuava a condividere con lui le giornate, e forse anche molte notti, finché a un certo punto, in uno degli ultimi capitoli di questa storia, la decisione di ritirarsi insieme in quel lembo di terra sotto il ponte della circonvallazione, a Borgo Solestà, è apparsa come la scelta di non separarsi, nemmeno per dormire, nemmeno di fronte al freddo di febbraio.

Una scelta d’amore, verrebbe da dire con retorica, che però si è trasformata in una trappola mortale. Perché all’interno di quella tenda di tre metri per tre, montata a pochi passi dal greto del fiume e non lontano dal cimitero, c’era una piccola stufa alimentata a legna, un oggetto di sopravvivenza che nelle intenzioni avrebbe dovuto combattere il gelo della notte e che invece, con le sue esalazioni, potrebbe aver saturato l’ambiente. L’ipotesi che gli investigatori della squadra mobile, coordinati dal sostituto procuratore Mara Flaiani, accarezzano con maggiore convinzione è proprio quella di un’intossicazione da monossido di carbonio, un killer silenzioso che non perdona, che prima stordisce e poi uccide, e che in uno spazio angusto e privo di ricambi d’aria diventa letale in poche ore. I corpi, trasferiti all’obitorio dell’ospedale Mazzoni, saranno sottoposti ad autopsia nei prossimi giorni, un esame che dovrà fugare ogni dubbio e che potrebbe includere anche accertamenti tossicologici, per quanto l’ipotesi di un coinvolgimento di sostanze appaia, allo stato, remota, anche alla luce dello stato interessante della ragazza.

L’allarme di un’amica e il cane rimasto a vegliare

A lanciare l’allarme, nella mattina di sabato, è stata un’amica della coppia, una di quelle persone che evidentemente conoscevano la loro situazione e che, non riuscendo a mettersi in contatto con Alejandra, ha intuito che qualcosa non andava. Quando i vigili del fuoco, partiti dalla caserma di via del Commercio, e i sanitari del 118 sono scesi per il sentiero che conduce al fiume, la speranza di trovare due persone in difficoltà ma ancora in vita si è infranta contro la realtà: i due giovani erano distesi, immobili, e per loro non c’era ormai più nulla da fare. Accanto a loro, a vegliare su quei corpi inerti per ore e ore, c’era il loro cane, un cagnolino che – particolare che aggiunge ulteriore strazio a una vicenda già di per sé straziante – è stato trovato ancora vivo, sebbene mostrasse anche lui segni di malessere, quasi a testimoniare che la morte aveva colto i suoi padroni in un sonno dal quale non si sarebbero più svegliati, mentre lui, forse più resistente o forse solo più fortunato, era riuscito a sopravvivere a quella notte di gelo e veleno.

La Procura della Repubblica ha aperto un fascicolo, come prassi in casi di morte che presentano margini di ambiguità, e gli inquirenti non escludono al momento nessuna pista, sebbene l’ipotesi del monossido sia quella nettamente prevalente. Quello che rimane, al di là delle indagini e delle ricostruzioni cronologiche, è il peso di una domanda che forse non avrà mai risposta: perché due giovani, una dei quali inserita in un percorso di assistenza che le garantiva un alloggio, hanno scelto di trascorrere quella notte in una tenda, esponendosi a un rischio che chiunque avrebbe potuto intuire? È una domanda che interroga la psicologia più che la cronaca, che parla di legami, di marginalità scelta o subita, di un disagio che non si lascia imbrigliare nelle maglie, pur fitte, dei servizi sociali. E intanto, nel quartiere di Borgo Solestà, la tenda verde è stata rimossa, ma il vuoto che ha lasciato, quel lembo di terra che guarda il fiume, continua a raccontare una storia di fragilità e di amore finita nel peggiore dei modi.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.