"Adolescence" mostra il vuoto tra generazioni e il lato oscuro dei ragazzi
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Quello che Adolescence, la miniserie Netflix diventata un caso in poche settimane, racconta senza filtri è ciò che molti preferirebbero non vedere. Quattro episodi girati in piano sequenza, una regia che non concede respiro, e una storia che inchioda alla poltrona: Jamie Miller, tredicenne interpretato da Owen Cooper – esordiente dal talento disarmante –, viene arrestato in modo brutale nella sua casa, davanti alla famiglia inerme, mentre la telecamera non distoglie lo sguardo. Non è solo fiction. È il riflesso di un disagio reale, quello di un’adolescenza senza bussole, dove genitori e insegnanti appaiono assenti, se non del tutto incomprensibili.
La serie, evitando facili moralismi, solleva domande scomode. Come scrive Lancini, psicoterapeuta con decenni di esperienza, il problema non sono gli schermi o i social, ma l’assenza di figure adulte capaci di guidare. I ragazzi navigano in un mondo dove il male – quello vero, non quello romanzato – può emergere senza che nessuno se ne accorga. E mentre Adolescence mostra le conseguenze di questa deriva, la cronaca nera offre parallelismi inquietanti. Le comunità online degli Incel, ad esempio, dove l’odio verso le donne diventa ideologia, dimostrano come certi percorsi di solitudine e rabbia possano sfociare in tragedia.




